Reality di Matteo Garrone

Reality: la recensione del film di Matteo Garrone, vincitore del Gran Premio della Giuria alla 65esima edizione del Festival di Cannes.

Reality è un film in bilico tra finzione e realtà, tra citazionismo e nuovo cinema: un film “religioso”, “sociale”, “favolistico”, “grottesco”; fondamentalmente la storia di un uomo fragile davanti al miraggio del successo e della sua progressiva perdita di contatto con la realtà.

Tutta la storia viene narrata con piglio quasi fiabesco, con un inizio e una fine tanto simili quanto paradossalmente opposti: dallo zoom in pieno giorno su una carrozza quasi da Cenerentola – che entra in una realtà, quella kitsch, chiassosa e calorosa del protagonista e del suo mondo – all’allontanamento dello zoom sul finale in notturna, dove tutto è certamente più reale ma più paradossale e algido.

È, appunto, un film dai contrasti elevati: quelli cromatici, di una fotografia accesa e a tratti eccessiva; dei luoghi, passando da una Napoli secentesca e con meravigliosi scorci quasi da interno di presepe, alla Napoli algida dei centri commerciali; quella dei corpi, enormi, pacchiani o perfetti, scultorei, inarrivabili. È un film in cui – con un meccanismo narrativo preciso, lento e progressivo – attraverso la mente debole e malata di Luciano (il protagonista), la realtà cortocircuita se stessa, proponendoci una visione distaccata della nostra società, dell’illusione del successo facile, della fragilità davanti alla pressione mediatica, ma anche lo spunto di riflessione su una certa morale, anche religiosa.

E la religione è presente nel film: nella forma più canonica, nelle immagini sacre, nella Chiesa come luogo di recupero e salvifico; ma soprattutto c’è una rivisitazione quasi paradossale del gesto caritatevole verso il povero, visto come atto mai fine a se stesso, ma rivolto all’acquisizione di un privilegio – il Regno eterno – o all’accesso alla casa del Grande Fratello.

Luciano, in tutto questo, passa spesso da un laico e folle San Francesco a un ingenuo e fragile Pinocchio, accecato dal miraggio di questo “Paese dei Balocchi” televisivo, tentato e supportato da personaggi grotteschi e assurdi come Enzo, quasi un Lucignolo versione adulta.

E rimanendo sul piano narrativo-letterario, non credo si faccia un grosso errore a notare nella sua figura, un personaggio in alcuni momenti quasi tratto da una storia di Eduardo De Filippo, nella sua fragilità davanti al mondo e nella sua inadeguatezza a reggere le pressioni.

Reality è anche un enorme omaggio al grande Cinema italiano, alla nostra cultura, al Mestiere di fare cinema che ci ha resi famosi nel Mondo in passato e – passando da Bellissima di Luchino Visconti a Lo sceicco bianco di Federico Fellini – si inserisce in un filone neorealista rivisto e corretto dall’ottica grottesca di Garrone.

Nota a margine: da segnalare la meravigliosa colonna sonora di Alexandre Desplat, plurinominato compositore agli Oscar e vincitore di un Golden Globe per Il velo dipinto. Che dire, ogni tanto è piacevole ricordare che in Italia sappiamo ancora fare grandi Film.



Lino Vitucci

Medico. Appassionato di Cinema d’Autore, Musica e Politica (lettere maiuscole d’obbligo).

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