La storia di Edith Windsor raccontata dal TIME

Edith Windsor al Pride di New York

Come avrete appreso dalle principali testate italiane, a dicembre il TIME ha nominato Papa Francesco come persona dell’anno. Quello che non è stato sbandierato con altrettanta insistenza è che al secondo posto c’era Edward Snowden e al terzo Edith Windsor. E mentre, più o meno, sapete chi sono il Papa e Snowden, forse vi sfugge il ruolo che ha avuto Edith Windsor nell’anno appena trascorso. Ecco perché ho deciso di tradurre l’articolo che il TIME le ha dedicato sul numero del 23 dicembre 2013.

Edith Windsor, l’improbabile attivista

Il soggiorno della casa di Edith Windsor è pieno di ricordi di una battaglia che mai avrebbe pensato di intraprendere. Specialmente da giovane, in quanto lesbica, Windsor – che ora ha 84 anni – è sempre stata molto riservata riguardo la propria sessualità al di fuori della vivace e stretta cerchia di amici. Tuttavia, la morte della moglie Thea Spyer, avvenuta nel 2009, ha innescato una serie di eventi che hanno portato Windsor a lottare per i propri diritti davanti alla Corte suprema degli Stati Uniti, e la battaglia si è conclusa il 26 giugno 2013 con una vittoria storica per i matrimoni gay.

E così, il modesto appartamento che Windsor e Spyer hanno condiviso per più di 30 anni adesso, accanto ai cimeli della loro vita assieme, ospita dei trofei. Vicino alla copia incorniciata del loro annuncio di matrimonio, apparso sul New York Times, c’è ora la foto di Michelle Obama che abbraccia Windsor per congratularsi. Dalla pila di lettere di ringraziamento che ha ricevuto, Windsor estrae un messaggio scritto con un pennarello verde da Grace, 9 anni, che la ringrazia per aver reso possibile il matrimonio dei suoi genitori. Mentre nell’ingresso c’è un’opera d’arte della fumettista lesbica Alison Bechdel con un messaggio che dice: «Per Edith! Grazie per aver aperto la strada».

L’avventura giudiziaria di Edith Windsor è iniziata nel 2010, quando ha fatto richiesta di risarcimento per 363.053 dollari – soldi che ha dovuto pagare per le tasse di successione quando sua moglie è morta. Per il Defense of Marriage Act, legge federale approvata nel 1996, il matrimonio celebrato in Canada nel 2007 non consentiva loro di accedere ai benefici federali concessi alle coppie sposate, inclusa l’esenzione dall’imposta di successione per il vedovo o la vedova. La Corte suprema votando in favore di Windsor, con 5 voti a 4, ha dichiarato incostituzionale il DOMA che escludeva le coppie gay legalmente sposate da circa 1.100 agevolazioni federali, tra le quali la dichiarazione dei redditi congiunta e sussidi per i veterani. La decisione della Corte suprema ha segnato la prima volta in cui lo stato federale ha riconosciuto il matrimonio tra partner dello stesso sesso. È una grande vittoria.

Windsor si trova ora ad essere un’icona del movimento per i diritti gay e sembra davvero portata. Esuberante, divertente ed estroversa, Windsor è stata una leader in diversi momenti della sua vita: a 13 anni fu eletta vice capoclasse; negli anni ’60 e ’70, dopo aver dimostrato precoci capacità nell’ambito della programmazione all’IBM, amministrò i (spesso riluttanti) colleghi maschi. Le case che divideva con Spyer, a New York e negli Hamptons, hanno rappresentato un salotto per molte persone della comunità LGBT. L’amore e la tenacia della coppia erano “un esempio per noi”, racconta la storica Blanche Wiesen Cook, amica delle due.

Ma come quasi tutte le persone gay della sua generazione, Windsor aveva una doppia vita. «Molti di noi hanno passato la vita a fare coming out selettivamente. Qui è sicuro. Qui si può fare. Qui puoi dire di avere una moglie, lì no», racconta. Anche se è sempre stata un silenzioso supporto per la comunità gay, generosa con il proprio tempo e denaro, non è mai stata, nel senso più letterale, un’attivista.

Un’infanzia felice

Edith Windsor, da sempre chiamata Edie, è nata nel 1929, la più piccola dei tre figli di James e Celia Schlain, immigrati russi che vivevano sopra il loro negozio di caramelle e gelati, nella zona povera di Filadelfia (Pennsylvania, Usa). Quando Windsor aveva due anni lei e il fratello maggiore presero la poliomielite e il negozio venne messo in quarantena. I genitori persero il negozio e la casa. Nonostante ciò Edie fu tenuta al riparo dalla Grande Depressione: suo padre portava al lavoro soltanto un panino con un uovo sodo per poter comprare i libri che la piccola Edie leggeva voracemente. (Nel suo appartamento c’è ancora il dizionario in 19 volumi che suo padre utilizzò per imparare l’inglese.) Ma non era al riparo dall’antisemitismo: sua madre le insegnò che se un bambino la chiamava “sporca ebrea” lei doveva tirargli i capelli e poi correre a casa.

La famiglia, in seguito, si trasferì in un quartiere borghese perché la madre voleva che le sue figlie avessero l’occasione di conoscere un buon partito. Edie frequentò le superiori durante la guerra, e usciva coi ragazzi tutti i santi sabato sera. Col senno di poi, dice Windsor, aveva solo cotte per le ragazze, ma l’omosessualità non era un’opzione a quel tempo. «Non ne sapevo nulla», ricorda. «La prima volta che ne ho sentito parlare, ero a una festa universitaria con un ragazzo, io ero in cucina quando la padrona di casa entrò e disse: “Avete mai avuto relazioni omosessuali?” Cercai di ricompormi e risposi: “Qualche volta”, ma non era vero».

Durante il periodo dell’università, iniziata nel 1946, la consapevolezza di Windsor crebbe. Il caso volle che le venisse assegnato il compito di scrivere un saggio sul “rapporto Kinsey”, uscito nel ’48, che sosteneva che i gay fossero molti di più di quanto si credeva. Si innamorò di una ragazza – una collega dell’Università di Temple – per la prima volta. «Fu allo stesso tempo fantastico e terribile», racconta. La loro relazione portò Edie a rompere il suo fidanzamento con un uomo. Ma poi, pensando di non poter vivere da lesbica, si riconciliarono e si sposarono. «Nel contesto omofobo predominante degli anni ’50 – scrisse nella sua deposizione al tribunale distrettuale di New York – non volevo essere una “queer”, volevo una vita “normale”».

Nonostante tenesse molto al marito, il loro matrimonio non durò. «Meritava qualcosa di più. Meritava qualcuno che lo amasse pienamente. Perciò me ne andai. Gli dissi che avevo bisogno di qualcos’altro». Gli confidò di aver desiderato a lungo di poter stare con una donna. Quando Windsor si trasferì a New York nei primi anni ’50, la comunità gay era numerosa, ma clandestina: la sodomia era fuorilegge in tutti gli Stati della federazione e la polizia faceva spesso irruzione nei locali gay del centro. Non era facile per una persona relativamente conservatrice come Windsor conoscere altre persone gay. La prima volta che andò in un locale gay, scesa dal bus a Washington Square Park, chiese a una donna che indossava un impermeabile e un paio di Oxford rosa dove potesse trovare un bar “per sole donne”.

«Ero seduta al bancone di quel benedetto bar con il mio drink e nessuno veniva a parlarmi» ricorda Windsor. «Ero troppo elegante. Rimasi un paio d’ore e poi tornai a casa». Continuò a uscire con gli uomini ancora per un po’ e alla fine riuscì a fare amicizia con un gruppo di uomini gay. Ma le lesbiche erano più difficili da incontrare. Quando, in un locale gay, vide una coppia di lesbiche ballare felice pensò: «Spero di trovare quello che hanno loro quando sarò vecchia».

Mentivo continuamente

Una volta giunta a New York City, Windsor dovette affrontare anche la realtà economica degli anni ’50: senza un marito, avrebbe dovuto mantenersi da sola lavorando in un mondo dominato dagli uomini. Nel 1955 iniziò un dottorato in matematica applicata all’Università di New York, imparò a programmare i computer e cominciò a lavorare al computer della Commissione per l’energia atomica degli Stati Uniti d’America che si trovava proprio presso l’Università di New York. Quando l’FBI la chiamò per un colloquio sulla sua autorizzazione di sicurezza, era certa di essere stata scoperta: era gay e per questo avrebbe perso il lavoro. Per il colloquio decise di vestire il più femminile possibile, con crinolina e tacchi alti – come racconta nella sua deposizione –, ma venne fuori che gli investigatori volevano solo informazioni sugli amici di sua sorella, iscritti al sindacato. Grazie all’ottimo lavoro svolto all’Università di New York, nel 1958 venne assunta dall’IBM.

Il primo incontro con Thea Spyer, donna di grande bellezza e intelligenza, avvenne nel 1963 in un ristorante. Spyer – proveniente da una famiglia benestante dei Paesi Bassi, parlava olandese, suonava il violino ed era stata cacciata dalla Sarah Lawrence [rinomata università privata con sede a nord di New York, ndt] per aver baciato una ragazza – si dava da fare. Più tardi, a una festa, continuarono a ballare tutta la notte, anche dopo aver indossato i soprabiti per andarsene, mentre i rispettivi appuntamenti assistevano piuttosto irritati.

Mentre l’affinità tra loro andava crescendo, Windsor era costretta a tenere un profilo basso al lavoro, il che voleva dire allontanarsi dai colleghi dell’IBM che adorava. Quando era ancora single usciva con loro nei weekend, “ma dopo essermi innamorata, non potevo continuare a sorseggiare vino da sola, e non potevo nemmeno portare Thea”. «Mentivo continuamente» ammette. Per giustificare le chiamate di Spyer al lavoro, dovettero inventare una relazione con il “fratello” di Spyer, Willy – che in realtà era un bambolotto che si trova ancora nell’armadio di casa Windsor.

Nel 1967 Thea propose a Edie di sposarla, con una spilla di diamanti, perché un anello di fidanzamento sarebbe stato troppo rischioso. (L’omosessualità è rimasta nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali fino al 1973, quando venne declassificata.) Edie desiderava poter parlare di questo amore con qualcuno. Alla cena che anticipava la conferenza biennale dei programmatori della West Coast – durante la quale i membri della piccola comunità condividevano le novità della loro vita – la solitamente socievole Edie stette in disparte. «Pensavo: me ne sto qui seduta, in silenzio e non dico una parola sulla cosa più importante della mia vita». Così decise di parlare di Thea con alcuni colleghi e scoprì che aveva il loro completo appoggio.

La questione in famiglia era ancora più difficile da gestire: la famiglia Spyer, in Olanda, disapprovava, così la coppia passò i primi Ringraziamenti dopo il fidanzamento a casa della sorella di Edie. Ma la tradizione fu presto interrotta perché il marito della sorella non sembrava molto contento di passare il tempo con una coppia di lesbiche.

Cambiare atteggiamento

Nel 1969, dopo l’irruzione della polizia allo Stonewall Inn, bar gay nel Greenwich Village, le clienti, quasi tutte drag queen, risposero con una violenta serie di proteste che diedero inizio al movimento di liberazione LGBT. In seguito, le barriere che dividevano in fazioni la comunità LGBT cominciarono a cadere. Windsor che, come altre persone della sua generazione, non amava essere paragonata alle drag, cambiò idea dopo Stonewall: «Abbiamo iniziato a vederli come un’altra parte di noi – sono esseri umani, non hanno le antenne, e mi hanno cambiato la vita».

Negli anni ’70 e ’80 Windsor e Spyer hanno vissuto molto come qualsiasi altra coppia con un certo successo professionale. Windsor lavorava all’IBM e Spyer aveva costruito un solido studio come psicologa. (Tanto che Edie ha dovuto cancellare un paio di appuntamenti il giorno in cui Thea è morta.) Spyer era anche un’ottima cuoca e entrambe amavano organizzare cene per i loro amici nell’appartamento in città o nella casa al mare di Southampton. Partecipavano attivamente in gruppi come l’organizzazione gay dell’East End, a Long Island, per la quale tenevano un party annuale durante il Memorial Day.

La loro vita procedeva tranquillamente, ma alcune situazioni ricordavano loro di essere diverse. Ad esempio, quando l’LGBT Community Center spedì un assegno per restituire un prestito, Windsor ricorda di aver avuto paura di andare a riscuoterlo in banca. Non erano completamente accolte nemmeno dalla comunità gay che, al tempo, aveva i propri pregiudizi. Una sera, in un locale degli Hamptons, dovettero rispondere alle critiche dei gay che non approvavano la loro divisione dei ruoli in “maschile” e “femminile” e Spyer si difese dicendo: «Se non avete posto per me, butch, e per lei, femme, allora non esiste alcun movimento». Nel 1977 a Spyer venne diagnosticata la sclerosi multipla, ma non smise mai di lavorare. Più o meno nello stesso periodo Windsor lasciò l’IBM per dedicarsi al volontariato nelle associazioni gay.

Gli anni ’80 furono un decennio terribile per la comunità gay. L’AIDS decimò la popolazione maschile e il consenso per l’omosessualità raggiunse un minimo storico. Un sondaggio Gallup del 1988 rivelò che ben il 57% degli americani pensava che il sesso tra gay dovesse essere messo al bando. Windsor ha perso molti amici in quel periodo, ma è convinta che l’AIDS, come Stonewall 20 anni prima, sia servita a riunificare il movimento. «Prima, le lesbiche e i gay vivevano in mondi diversi, ma quando avvenne la crisi dell’AIDS le lesbiche si radunarono per servire e assistere i malati. All’improvviso, quel muro che li divideva crollò rivelando un’unica comunità più grande e la cosa ci piacque».

Mano a mano che il movimento cresceva, gli oppositori si facevano più insistenti. L’opinione pubblica, nei confronti degli omosessuali, negli anni ’90 sembrava fare un passo avanti e due indietro. Nel 1993, dopo una lunga campagna per abolire il divieto per i gay di entrare nelle forze armate, il presidente Bill Clinton approvò un compromesso che rese il “Don’t ask, don’t tell” una politica militare ufficiale. Quello stesso anno, non appena fu possibile farlo a New York, Spyer e Windsor registrarono il loro patto di convivenza. Nel 1997, quando Ellen DeGeneres filmò il proprio coming out per la sua sit-com, il TIME celebrò l’evento dedicandole la copertina e rese noto che cani anti-bomba erano stati portati negli studi per controllare il set. Nel 1998, Matthew Shepard, uno studente universitario gay, venne torturato e ucciso in Wyoming. Nel 1996 il Congresso ha votato e Clinton ha firmato il DOMA con l’obiettivo di esprimere “una condanna morale per l’omosessualità e la convinzione che l’eterosessualità si adegui meglio alla morale tradizionale”. La legge definiva il matrimonio – per fini federali – come l’unione tra un uomo e una donna e dichiarava che uno Stato non era obbligato a riconoscere i matrimoni tra coppie dello stesso sesso contratti in altri Stati.

A prima vista, il DOMA poteva sembrare poco più di una conferma dello status quo. D’altronde a quel tempo nessuno Stato americano permetteva il matrimonio gay e, secondo i sondaggi, il 68% dei cittadini americani era contrario. Ma alcuni deputati erano preoccupati che il matrimonio gay potesse iniziare a imporsi. Le corti delle Hawaii sembravano pronte a sostenere il matrimonio gay, ma il contraccolpo spinse i legislatori a votare uno dei primi due (l’altro in Alaska) emendamenti costituzionali contro il matrimonio gay, nel 1998. Anche se il matrimonio è stato un obiettivo sin dalle rivolte di Stonewall, alcune persone nel movimento l’hanno sempre considerato un sogno irraggiungibile o un’istituzione antiquata che avrebbe potuto distrarre dal perseguimento di altri temi più importanti, quali l’occupazione e la lotta all’AIDS. Così le sconfitte in ambito giudiziario subite dal matrimonio gay nei primi anni ’70 hanno portato gruppi come la Human Rights Campaign a concentrarsi su altre questioni.

Il movimento per il diritto al matrimonio non prese piede negli Usa fino alla primavera del 2004, quando il Massachusetts divenne il primo Stato a legalizzare le nozze gay. Gli oppositori, intanto, avevano ottenuto in 11 Stati altrettanti emendamenti costituzionali contro il matrimonio gay, che Karl Rove traformò in un tema controverso della presidenza di George W. Bush. Il movimento subì una grossa sconfitta quando, nel 2008, la California votò la Proposition 8, tuttavia fece dei passi avanti incredibili, difficili da immaginare soltanto 10 anni prima. Nel 2009 il matrimonio divenne legale in Iowa, New Hampshire e Vermont. È passato grazie al voto dei Repubblicani nello Stato di New York, nel 2011, e grazie al voto popolare nel Maryland e nel Maine, nel 2012.

Nel frattempo, nel 2007, in seguito a una prognosi negativa legata alle condizioni cardiache di Spyer – che furono poi le cause della morte – la coppia decise di andare, con l’aiuto di un regista e attivista ormai esperto in matrimoni oltre confine, in Canada a sposarsi. Non fu facile, date le condizioni di salute di Spyer, ormai quadriplegica. Quando l’annuncio delle nozze venne pubblicato sul New York Times, molte persone del passato di Windsor – inclusi alcuni ex colleghi dell’IBM, che scoprirono solo allora la sua omosessualità – chiamarono per congratularsi.

Thea morì serenamente a casa, nel 2009. Con il cuore spezzato, Edie venne ricoverata in ospedale per un attacco cardiaco. Poi le arrivò il conto da 363.053 dollari per le tasse di successione. I coniugi sono solitamente esentati dal pagarle, così Windsor chiese il rimborso all’IRS [agenzia delle entrate statunitense, ndt]. Rimborso negato. Per colpa del DOMA, il governo federale non riconosceva il loro matrimonio.

Edith Windsor e Thea SpyerFuriosa, Windsor ha fatto quello che tanti gay della sua generazione hanno dovuto fare di fronte alle avversità: ha deciso di lottare. Dopo aver ricevuto un rifiuto da parte delle associazioni gay – che, tra le altre cose, pensavano fosse una donna troppo privilegiata per poter essere il volto di una causa così importante –, si mise in contatto con Roberta Kaplan, donna lesbica e avvocato civilista dello studio Paul, Weiss, Rifkind, Wharton & Garrison, che aveva già dibattuto in difesa del matrimonio gay nella Corte suprema di New York. Nel loro appello del 2010, Windsor e Kaplan dimostravano come il DOMA violasse il diritto costituzionale all’eguaglianza di fronte alla legge. Il momento era favorevole. Nel 2011 – per la prima volta nella storia, secondo Gallup – la maggior parte degli americani era in favore del matrimonio egualitario. Nel 2012, quando Windsor ha ottenuto una sentenza favorevole in secondo grado, ha commentato: «È incredibile la quantità di dignità che è appena scesa sulle persone».

Il tempo di gioire

È difficile enumerare i benefici pratici della vittoria di Windsor. […] Ciò che Edie ha sempre saputo e sempre messo in chiaro è che l’uguaglianza dei matrimoni ha effetti che vanno ben oltre l’aspetto pratico ed economico. Per Windsor la causa è stata significativa anche per la ritrovata libertà di essere dichiarata al mondo intero. Ha iniziato ad avere notizie di persone del suo passato che pensava non l’avrebbero mai accettata per la sua omosessualità, salvo scoprire, invece, che a loro non dava alcun fastidio. (La vedova del suo ex marito, ad esempio, l’ha chiamata dopo aver letto del caso e le ha raccontato di quanto lui parlasse bene di lei.)

L’uguaglianza dei matrimoni, come Stonewall e l’AIDS, è il prossimo passo per i membri della popolazione gay di conoscersi l’un l’altro. «Questo crescente senso di appartenenza è magnifico» ammette Windsor. «Prova a immaginare: per tutta la tua vita ti è sempre stato negato qualcosa e ora, all’improvviso, puoi averlo. O, perlomeno, capisci che potrai presto averlo perché qualcuno sta lottando e lavorando per questo. Quindi tutti si alzano ed escono allo scoperto sempre di più». Spingere sempre più persone a vivere apertamente è una delle cose che Windsor sperava accadessero: il matrimonio gay è una batosta per l’omofobia interiorizzata, un antidoto al sentimento comune di alcuni giovani per i quali essere gay “è la fine della loro vita”. Tutto ciò ha dato anche una spinta al movimento, secondo Windsor. «Cresce a vista d’occhio – siamo sempre di più, sempre di più, sempre di più. È una gioia, una vera gioia».

In questo momento Windsor è la matriarca del movimento gay. Ha accelerato un cambiamento in positivo che era già in corso. La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti ha spianato la strada alla Corte suprema del New Jersey che ha legalizzato i matrimoni gay in ottobre. Cosa che potrebbe succedere presto anche in New Mexico. Quando l’appello fu notificato, nel 2010, le nozze gay erano legali in 5 Stati. Ora in 16. Il ruolo di Windsor ha le sue sfide – intervenire in dibattiti più volte a settimana e vivere da figura pubblica per la prima volta alla sua età è stancante. Ma, a giudicare dalla sua nuova decapottabile e dal progetto di partecipare a una crociera caraibica con Maya Angelou a febbraio, non sarà questo a fermarla.

Perlopiù Windsor si sta divertendo: le piace parlare con le persone che la fermano per strada per dirle che stanno per sposarsi o per chiederle consigli in amore. «La mia vita è molto più ricca» dice. In una lettera arrivata qualche mese prima della sentenza della Corte suprema, Terrence McNally – drammaturgo e amico gay di Windsor – le ha scritto: «Grazie per averci permesso di nominarti nostra regina (non l’hai mai chiesto, siamo stati noi a importi una corona e uno scettro) ed essere sempre così generosa. Immagino non sarà sempre facile essere EDIE WINDSOR!!! Ma spero che Edie Windsor capisca quanto l’altra Edie, la Regina Edie, sia importante per la nostra comunità in questo momento della nostra incredibile storia».

Foto: Edie Windsor al Pride di New York, 30 giugno 2013 © Carmen M, via Flickr



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