Foibe: tra mito e realtà, intervista ad Alessandra Kersevan

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Questi sono degli estratti di un’intervista ad Alessandra Kersevan, ricercatrice di storia e cultura del Friuli. Ho deciso di pubblicarli in seguito all’episodio avvenuto all’Università di Verona, il 12 febbraio scorso, nel quale una trentina di militanti di Casapound ha interrotto l’incontro con la stessa Kersevan, intitolato Foibe: tra mito e realtà.

Da chi è stato inaugurato l’uso delle foibe?
Secondo testimonianze autorevoli (per esempio dell’ispettore di polizia De Giorgi, colui che nel dopoguerra fu incaricato dei recuperi dalle foibe), furono proprio uomini dell’Ispettorato speciale – in particolare quelli della squadra politica, la cosiddetta banda Collotti – a gettare negli “anfratti del Carso” degli arrestati morti sotto tortura. Andando anche più indietro nel tempo, già durante la prima guerra mondiale, le foibe venivano usate come luogo di sepoltura “veloce” dopo le sanguinose battaglie, e nell’immediato dopoguerra i fascisti pubblicavano testi di canzoncine in cui si minacciava di buttare nelle foibe chi si ostinava a non parlare “di Dante la favella”.

Cos’era la “banda Collotti”?
La banda Collotti era la squadra politica dell’Ispettorato speciale, guidata dal commissario Gaetano Collotti, che batteva il Carso triestino per reprimere la resistenza, iniziata in queste zone già nel ’42. I partecipanti si macchiarono di efferati delitti, torturando e uccidendo centinaia di persone.

Chi erano le vittime delle foibe?
I profili di coloro che risultano infoibati sono quasi tutti di maschi adulti compromessi con il fascismo, per quanto riguarda le foibe istriane del ’43, e con l’occupatore tedesco per quanto riguarda il ’45. I casi di alcune donne infoibate sono legati a fatti particolari, vendette personali, che non possono essere attribuiti al movimento di liberazione.
Se si va ad analizzare la documentazione esistente si vede che si tratta di una casistica varia che non può corrispondere ad un progetto di “pulizia etnica” da parte degli jugoslavi.

Perché c’è così grande attenzione su queste esecuzioni, sebbene in altre zone ce ne furono in numero assai maggiore?
La grande attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della resistenza jugoslava che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso si criminalizza tutta la resistenza, e si è aperto il varco per criminalizzare anche quella italiana.
Un importantissimo documento di fonte alleata agli inizi del ’46 diceva: “sospendiamo, non avendo trovato nulla di interessante, le ricerche nel pozzo della miniera di Basovizza, ma perché gli Jugoslavi non possano dire che è stata tutta propaganda contro di loro, diremo che lo abbiamo fatto per mancanza di mezzi tecnici adeguati”.

A Basovizza c’è una lapide che commemora le vittime [nella foto in alto, ndr], eppure la storia sembra molto diversa…
La documentazione esistente, una documentazione piuttosto corposa, dice che nella miniera di Basovizza non ci furono infoibamenti. Già nell’estate del ’45, quindi pochissimo tempo dopo i presunti infoibamenti, gli angloamericani procedettero per mesi a ricognizioni nel pozzo della miniera (non si tratta di una foiba in senso geologico), in seguito alle denunce del CLN triestino che diceva che dovevano essere stati infoibati alcune centinaia di agenti della questura di Trieste. Poiché non fu trovato nulla di “interessante”, nei primi mesi del ’46 le ricerche furono sospese, come già spiegato.
Tutto questo risulta da una gran quantità di documenti di fonte alleata, negli archivi di Washington e di Londra. Quindi nella “foiba” non ci sono i “500 metri cubi” di infoibati che sono scritti nella lapide, e neppure i duemila infoibati citati nei libri.

Le leggende sulle foibe.
foibeCome ben mette in luce Claudia Cernigoi nel suo libro, in una città come Trieste, il collaborazionismo interessò tantissime categorie di persone e molti di quelli che vengono definiti “civili” erano in realtà collaborazionisti, delatori di professione o spioni di quartiere che denunciavano gli ebrei. Per esempio, ai rastrellamenti sul Carso con la banda Collotti partecipavano anche persone che non erano ufficialmente appartenenti alla questura. Come gruppo di ResistenzaStorica abbiamo condotto una ricerca sulla vicenda di Graziano Udovisi, conosciuto come “l’unico ad essere uscito vivo dalla foiba” e presentato come una vittima “solo perché italiano”. Da questa ricerca è emerso, oltre alla assoluta falsità del suo racconto, che egli dal ’43 al ’45 era stato tenente della Milizia Difesa Territoriale, in un gruppo dal nome significativo di “Mazza di Ferro”, specificamente preposto alla repressione della guerriglia, e che nel ’46 fu condannato per crimini di guerra a 2 anni e 11 mesi di reclusione.

L’atteggiamento della destra e della sinistra.
Non si vede una grande differenza. La destra fascista ha trovato in questo argomento la possibilità di ribaltare il discorso delle responsabilità nella seconda guerra mondiale, passando da carnefici a vittime, con la possibile riabilitazione dei repubblichini di Salò ecc. La sinistra ha trovato l’occasione per prendere le distanze dal proprio passato partigiano, con tutta una serie di distinguo e di “ammissioni” in cui le foibe erano funzionali: venivano attribuite a partigiani, sì, ma “slavi” (e si sa che il razzismo antislavo è molto diffuso) e quindi la resistenza italiana poteva restarne fuori.
C’è da dire, inoltre, che l'”operazione foibe” è funzionale alla politica estera italiana, tradizionalmente “espansionistica” verso la penisola balcanica. Anche in questo senso, centrodestra e centrosinistra non si distinguono. Noi di ResistenzaStorica abbiamo una raccolta impressionante di dichiarazioni di esponenti del centrosinistra in senso neoirredentista, cioè tese alla rivendicazione delle “terre perdute”, tema che, oltre ad essere stato sempre tipico della destra, sembrerebbe oggi anche antistorico, dato l’allargamento dell’Unione Europea. Eppure le dichiarazioni ci sono, anche di personaggi come Piero Fassino.

Che cosa andrebbe fatto per restituire dignità alla memoria storica del paese?
Per quanto riguarda la dignità del paese, credo che l’unica cosa da fare sia smettere quella convinzione nazionale che gli italiani siano sempre stati “brava gente”, che dovunque sono andati hanno portato la civiltà, anche quando bruciavano i villaggi della Croazia, o impiccavano i ribelli libici. Gli italiani debbono rendersi conto che la Repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con le responsabilità del fascismo. Dietro al discorso delle foibe c’è proprio l’interesse di continuare a nascondere queste responsabilità.

L’intervista è a cura di Alessandro Doranti e si può leggere per intero sul sito senzasoste.it.

Foto: Dettaglio lapide di Basovizza, via web



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