Resoconto del convegno Contro natura?

contro natura

Il 9 novembre scorso si è tenuto in Gran Guardia, a Verona, il convegno Contro natura? Lesbiche, gay, bisessuali, asessuali, trans*, intersex/dsd si interrogano sul loro posto nel creato, ideale seguito del presidio del 21 settembre. Questo è il resoconto delle tre ore alle quali ho assistito.

Contro natura a chi? Riflessioni sul male in politica

Il primo relatore a intervenire è stato Lorenzo Bernini – docente di Filosofia politica all’Università di Verona. A lui è toccato il compito di introdurre l’incontro, di spiegare perché la manifestazione del 21 settembre non era abbastanza e il ben più ingrato compito di riassumere alcune parti dell’altro convegno, La teoria del gender: per l’uomo o contro l’uomo?, al quale aveva assistito per dovere di cronaca.

Ha raccontato che in quel convegno la legge contro l’omofobia e la transfobia – approvata alla Camera il 19 settembre – è stata paragonata, per gravità, al naufragio dei migranti nel Mediterraneo. Anzi, “una legge contro l’omofobia è ben più grave dell’affondamento di un barcone di immigrati nel Mediterraneo”. Quella legge, secondo i relatori e non solo, sarebbe una legge contro il diritto di opinione perché di fatto impedirebbe a cattolici e pseudoscienziati – salvati in questo caso dall’emendamento Gitti – di propagandare le fantomatiche teorie riparative.

Ma perché gli omosessuali vanno “curati”? Perché usano il proprio ano, un organo costruito per espellere (cit. Giovanardi) in modo non naturale. E poiché i gay sono contro natura e quindi contro Dio, che la natura l’ha creata, i gay compiono il male. «Gli omosessualisti (sic) si definiscono gay, gai, felici, ma non possono esserlo: non sono persone felici, perché compiono il male – che è come un pungolo che ferisce le loro coscienze».

Quello che gli uomini di Chiesa non capiscono è che se le persone LGBTQI non sono felici è per colpa della gente che la pensa così, della società che non le accetta, che non accetta la diversità. «Perché, a dire il vero, nel momento preciso in cui usiamo l’ano in modo “sbagliato”, siamo piuttosto felici».

Sempre secondo i relatori del convegno La teoria del gender, la legge contro l’omofobia sarebbe una legge totalitaria e chiedono: se io – uomo bianco eterosessuale – non posso dire a un gay che quello che fa è il male, a quando una legge che vieti ai non fumatori di dire ai fumatori di smettere perché fumare fa male?

A sentire questi ragionamenti il pubblico si è lasciato scappare dei risolini, ma Bernini: «Voi ora ridete, ma per loro è una teoria seria ed è sostenuta da autorità del nostro Comune, della nostra Provincia, noi dobbiamo avere gli strumenti per rispondere a tono».

Quindi, perché questi uomini si scagliano contro le teorie del gender (pur non sapendo bene cosa sono)? «Perché queste teorie dimostrano che è l’omofobia a essere contro natura, è il binarismo sessuale a essere una costruzione culturale, in natura le variazioni esistono eccome e chi parlerà dopo di me ve lo dimostrerà».

Il prof. Bernini ha poi concluso citando Hannah Arendt e la sua opera più famosa, La banalità del male, spiegando che il vero male sta nell’obbedienza cieca del nazi-fascismo, dal quale la nostra Costituzione e le leggi Mancino e Scelba ci difendono. E ha sottolineato che per questo convegno, a differenza dell’altro, non è stato richiesto il patrocinio del Comune perché “questo convegno non è speculare a quello del 21 settembre”, perché non è questione di opinioni: la democrazia non è quel sistema dove a tutti è concesso di dire tutto, la democrazia è quel sistema che difende l’uguaglianza dei cittadini.

Binarismo di genere e patologizzazione intersex

La moderatrice Beatrice Gusmano ha poi introdotto i due relatori seguenti: Michela Balocchi (dottoressa di ricerca in Sociologia e Sociologia politica) e Alessandro Comeni (educatore e formatore) che insieme hanno aperto il primo punto di ascolto per persone intersessuali in Italia.

Michela Balocchi ha iniziato a parlare di intersessualità, cioè di quella prima variazione creata dalla natura. Il termine intersessuale indica una molteplicità di condizioni in cui si trova chi nasce con una situazione cromosomica, gonadica e/o anatomica che varia rispetto alle definizioni tradizionali di femminile e maschile.

Balocchi ha esposto la teoria di John Money, secondo la quale tutti i bambini nascono “psicosessualmente neutri” e che, in caso di caratteristiche ambigue, si può intervenire entro i 24 mesi dalla nascita riassegnando arbitrariamente uno dei due sessi e crescendo il bambino in base al genere scelto senza problemi.

Ma questa teoria è scientificamente errata: com’è possibile che esistano persone transessuali e trangender se basta l’educazione per formare il genere? Inoltre il caso John/Joan ha fatto nascere dei dubbi su tutto il lavoro di Money.

Purtroppo le riassegnazioni chirurgiche del sesso continuano ancora oggi, eppure – di per sé – l’intersessualità non è una patologia. Non è un disturbo e non è un disordine, la terminologia in vigore dal 2006 è DSD (disordine della differenziazione sessuale o disordine dello sviluppo sessuale). «Infatti – ci ha detto Balocchi – se dobbiamo usare l’acronimo, preferisco definirle “differenze dello sviluppo sessuale”».

Fortunatamente qualcosa sta cambiando: nel Rapporto speciale dell’Onu sulla tortura del 2013 si condannano gli interventi di chirurgia estetica “correttiva” su genitali atipici senza il consenso informato della persona coinvolta. E nella risoluzione 1952/2013 dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa sul diritto all’integrità fisica dei bambini si legge:

L’Assemblea parlamentare è preoccupata in particolare per una categoria di violazione dell’integrità fisica dei bambini che i sostenitori tendono a presentare come benefica per i bambini stessi nonostante le prove dicano il contrario. Questa categoria include le mutilazioni genitali femminili, la circoncisione per motivi religiosi, gli interventi chirurgici effettuati nella prima infanzia su bambini intersex e la sottomissione o coercizione dei bambini a piercing, tatuaggi o chirurgia plastica.

«Le forme di intersessualità – ha concluso Balocchi – sono minoritarie e possono essere considerate eccezioni: le ricerche parlano di una percentuale dall’1,7 al 2 dei nuovi nati, ma come ci ricordano Fox Keller e McKintloc le eccezioni non sono fatte per confermare la regola, hanno un loro significato proprio

Una di queste eccezioni è Alessandro Comeni che ha portato la sua testimonianza di persona intersessuale. Ci ha raccontato alcuni dettagli della vita di chi nasce in quel 2%: appena nati i bambini intersex vengono sottoposti a dei test ormonali per decidere in quale dei due sessi è meglio incastonarli. «La scelta – ha svelato Alessandro – è solo questione di misure». Questo bambino può diventare un “buon maschio”? Avrà le misure minime indispensabili? A seconda della risposta ai test ormonali, i medici operano e impongono al/la bambino/a una cura ormonale.

La violenza sul corpo di quei bambini inizia prestissimo, prima dei 24 mesi teorizzati da Money, e continua per tutta la vita. I genitori non sono in grado di opporsi, si trovano schiacciati nella situazione, senza sapere che fare e si affidano ai dottori, i quali si approfittano di quei corpi. Se ne approfittano in nome della scienza, ma il risultato non cambia: i genitali di molte persone intersex diventano di dominio pubblico e le loro foto finiscono nei manuali.

Per non parlare, quindi, della violenza psicologica che devono subire gli intersex: la loro identità sessuale viene scelta da degli estranei nei primi mesi della loro vita e per anni non possono dire la loro, non sapendo cosa è successo al loro corpo. Senza contare che per la società è come non esistessero, lo stesso Alessandro per quattro anni ha preferito fingersi un transgender FtM, in questo modo nessuno gli faceva domande.

Quando qualcuno dice che le persone LGBTQI sono contro natura, che diritto ha di giudicare? Chi può giudicare la natura? Solo dio, se ci si crede. Chi è all’altezza di dio? «Nessuno, neanche i medici che fanno soldi e carriera con i nostri corpi e ci costringono a prendere farmaci per tutta la vita».

Transessualità: viaggio ai confini del genere

Il relatore seguente è stato Christian Ballarin – formatore per il Comune di Torino e l’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) e co-fondatore del Coordinamento Trans Sylvia Rivera.

Christian ha iniziato spiegando come mai ha scelto il titolo “Transessualità: viaggio ai confini del genere” per il suo intervento: gli piaceva l’idea di un titolo che ricordasse Star Trek, in più gli è sempre piaciuta la parola “ormonauta”, per indicare chi ha attraversato i generi, grazie agli ormoni.

Nella nuova versione del DSM, ci ha poi detto, la transessualità non è più classificata come un disturbo dell’identità di genere, bensì come una disforia di genere. «Non proprio una vittoria – ha detto Ballarin – ma sempre meglio di niente». Poi ha sottolineato ciò che Michela Balocchi aveva accennato: in alcune culture non occidentali, le variazioni che da noi vengono sempre ricondotte all’interno del binarismo maschio-femmina sono accettate e accolte. Anzi, intersessuali o ermafroditi hanno spesso “ruoli di elezione”, una specie di santoni, come i “two-spirit” delle tribù indigene nordamericane, o come le “vergini giurate” in Albania, donne che per avere gli stessi diritti degli uomini vivono come gli uomini. In questi luoghi c’è una culturalità del genere che accetta il fatto che genere e sesso sono due cose distinte e il più delle volte combaciano, altre no.

Ballarin ha poi citato Judith Butler e la teoria della performatività del genere per spiegare come mai si fosse vestito con papillon e bretelle come un uomo degli anni ’50-’60. Tutti i trans (-sessuali o -gender) fanno delle prove di mascolinità o di femminilità, provano cioè ad aderire agli stereotipi del maschile o del femminile, per poi trovare la loro dimensione, la loro peculiare identità nel genere.

Ballarin ha concluso raccontando citando Così parlo Bellavista, il film con Luciano De Crescenzo che aveva rivisto qualche giorno prima: «Guagliò statem’a sentì, questo è il bene [disegna un punto interrogativo] e questo è il male [disegna un punto esclamativo]. Il bene è il dubbio, quando voi incontrate una persona che ha dei dubbi, state tranquilli, vuol dire che è una brava persona, vuol dire che è democratico, che è tollerante. Quando invece incontrate questi qui [indica i punti esclamativi], quelli che hanno le certezze, la fede incrollabile, e allora statev’ accort!»

Lesbiche che fanno saltare il banco

Penultima tra i relatori, Paola Guazzo – saggista e scrittrice – che all’inizio si è scusata perché, in preda al testosterone, ha scritto il suo intervento invece di andare a braccio, come gli altri relatori. Poi è partita in quarta parlando del Creato.

L’idea del creato generato da una situazione iniziale di caos grazie alla parola di Dio, cioè l’atto della creazione, è un elemento presente solo nella cultura ebraico-cristiana. Nella cultura greca, ad esempio, il mondo e l’universo sono sempre esistiti, vedi Eraclito (framm. 30): «Quest’ordine universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dèi o tra gli uomini, ma sempre era, è e sarà fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura».

«L’interpretazione biblica – ha detto Guazzo – pone una dissimmetria creazionale e relazionale molto forte dalla quale sembra sottrarsi solo Cristo, “generato non creato della stessa sostanza del padre”, l’unico immune da un creato passivo, mero oggetto nelle mani di Dio sembra il Messia».

L’uomo nella creazione ebraico-cristiana ha un ruolo di sub-dio: non ha creato nulla, ma ha il compito di dare il nome a tutte le cose e di comandarle. «Saranno contenti quelli dell’altro convegno: leggiamo persino la Genesi!»

La natura dell’uomo, secondo i Cattolici, è bianca ed eterosessuale, ma la natura dell’ambiente non sembra preoccuparli più di tanto: l’ambiente non è più secondo natura da tanto tempo, ma non ci sono state proteste dei Cattolici per questo.

Poi Guazzo ha parlato del linguaggio: il linguaggio non è mai neutro, assimilare certe definizioni senza metterle in discussione è già essere succubi. È già essere perdenti senza aver nemmeno cominciato a combattere. Neanche la parola “omofobia” – ideata da uno psicanalista etero, bianco e maschio, George Weinberg, nel 1973 – è neutra, pur nella sua parvenza di oggettività. La parola “omofobia” ricorda, infatti, le fobie irrazionali (dei ragni, degli spazi angusti, degli spazi aperti…), ma non è assimilabile a quelle fobie. Come dice Celia Kitzinger: “omofobia” naturalizza un atteggiamento che è innanzitutto culturale.

Guazzo ha concluso citando la rappresentazione delle lesbiche nei film, compreso La Vie d’Adèle: «Un inno all’infelicità del rapporto lesbico propagandato come grande cinema» l’ha definito. E ha recitato il suo credo ispirato a Monique Wittig. « […] Le donne sono la classe oppressa all’interno del contratto sociale eterosessuale. Le lesbiche sono disertrici, sono schiave in fuga. Le lesbiche non sono donne».

Denaturalizzare il maschile universale

Renato Busarello – responsabile del Laboratorio Smaschieramenti – è stato l’ultimo dei relatori. È partito dalla domanda “per l’uomo o contro l’uomo?” del convegno del 21 settembre e ha risposto. «Sì, le teorie del gender sono contro l’uomo, contro il maschio bianco etero soggetto universale neutro. Le teorie del gender sono contro l’eteronormatività». Così come in passato le teorie femministe hanno provato a cambiare questo soggetto, anche le teorie del gender provano a dimostrare che esistono diversi modi di essere uomo. Provano a rovesciare la mascolinità attuale perché la mascolinità si può performare in diversi modi.

«L’omosessualità – da detto Busarello – mi ha permesso di capire che la mascolinità, come viene intesa oggi, è un’oppressione e ciò mi ha permesso di “liberarmi”». Perché la normatività dei generi è una violenza che subiamo tutti, uomini, donne, trans-, omo- e eterosessuali e la subiamo ancora prima di nascere (vedi genitori che preparano la cameretta rosa o azzurra ecc ecc…). Ma la normatività si instaura anche nell’omosessualità, gli stereotipi ci sono anche nel mondo LGBT.

Finito l’intervento di Busarello, c’è stata una breve pausa, in cui pubblico e relatori hanno potuto rifocillarsi al buffet, e poi l’incontro è proseguito con gli interventi delle moltissime associazioni presenti.

Durante il convegno ho cercato di twittare dal vivo qualche frase e qualche impressione, questo è lo storify di quel pomeriggio:



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