Pinocchio di Enzo D’Alò

Recensione di Pinocchio di Enzo D'Alò

Accostarsi a Pinocchio di Collodi è più che un rischio, ormai è un vero e proprio azzardo. Raccontato in tutte le salse, declinato in ogni situazione, modificato, celebrato, ironizzato: Pinocchio è uno dei personaggi più celebrati nella storia del cinema. Dalla versione “tirolese” e forse troppo modificata della Disney, alla serie di Comencini, al deludente film di Roberto Benigni, non mancano certo punti di riferimento.
In tutti i casi la storia originale è stata modificata, trasformata, riletta.

Al centro della narrazione il rapporto tra Pinocchio e Geppetto

Anche Enzo D’Alò – celebre regista di Momo, La freccia azzurra, La gabbianella e il gatto – nel suo ultimo lungometraggio d’animazione, confrontandosi con la fiaba più importante italiana, non si sottrae da una sua visione, rivedendo e rileggendo momenti e personaggi.

Aiutato dal suo tratto inconfondibile, in un paesaggio finalmente chiaramente toscano, riferendosi spesso alla storia dell’arte, come nel paese dei Barbagianni, o ricorrendo alla psichedelia anni ’70 per raccontare il paese dei Balocchi, il regista ci regala un piccolo gioiellino.

Ad impreziosire ulteriormente il film è la voce di Lucio Dalla e la sua musica, uno degli ultimi regali che il Maestro ci ha fatto prima di morire. Doppiando il pescatore verde, scrivendo le musiche meravigliosamente retrò, cantando la sigla finale insieme a Marco Alemanno, Lucio racchiude un bel quadro in una splendida cornice.

Dalle interviste emerge come quest’opera, a lungo pensata, accantonata, ripresa, abbia preso la sua forma definitiva dopo la morte del padre del regista, episodio questo che emerge subito nella rianalisi del personaggio di Geppetto che va a recuperare il suo sogno da bambino di volare.

Una sequenza leggera, in bianco e nero, di pura poesia, apre il film con un ricordo dell’infanzia del babbo di Pinocchio da bambino: un volo d’aquilone lungo un’esistenza, che accompagna sogni e aspirazioni e termina nella realizzazione di Pinocchio. E alla fine la distanza tra padre e figlio si annulla fino a vedere Pinocchio stesso che scarabocchia un lungo naso sulla foto del babbo bambino.

Il rapporto tra babbo e figlio diventa quasi centrale, incentrando su questo duo i momenti più delicati, poetici e sicuramente malinconici. È nella ricerca di Geppetto, nel ritrovo, nell’affetto di Pinocchio, in quel viaggio in cui il figlio sostiene fisicamente il padre anziano che non sa nuotare che si legge un commosso e dolcissimo omaggio al padre del regista, e spesso non riuscendo a trattenere le lacrime.

Questa centralità probabilmente va a rendere meno efficace la morale classica di Pinocchio, o forse è solo mitigata. Il percorso morale di Pinocchio è sicuramente meno punitivo, lo sguardo sul personaggio e sui suoi errori più mite, persino distratto a volte e l’acquisizione della maturità e la libertà dal legno del burattino si esplica nel prendersi cura del babbo.

Il senso di dovere dell’adulto, le lezioni morali sono appena accennate, quasi lasciate indietro rispetto alla leggera fantasia dell’infanzia, quella leggerezza che fa volare l’aquilone di un Geppetto bambino e che rimane nel sogno del Geppetto adulto e continua nel piccolo Pinocchio; che rimane dentro tutti e come canta Dalla alla fine del film: “Anche da sveglio io sogno, non importa se sono di legno, perché grande è la mia fantasia”.

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Lino Vitucci

Medico. Appassionato di Cinema d’Autore, Musica e Politica (lettere maiuscole d’obbligo).

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