VVF Sardi in esilio: «Fateci tornare nell’Isola»

Vigili del fuoco sardi in esilio

Si considerano in esilio, i trecento vigili del fuoco sardi costretti a operare fuori dal territorio isolano, anche dopo aver maturato svariati anni di servizio lontani dalla Sardegna e nonostante i regolamenti del Corpo nazionale ne consentano l’impiego nella Regione di origine. Ogni anno assistono impotenti al dramma degli incendi e delle alluvioni che devastano la loro terra, priva di distaccamenti efficienti e con carenza di organico, e – malgrado la denuncia sugli organi di stampa, l’appello ai sindacati e agli esponenti delle istituzioni, le mozioni in Consiglio regionale – continuano a subire un trattamento disparitario rispetto ai colleghi delle altre regioni d’Italia.

La lettera dei trecento vigili del fuoco pronti a tornare in Sardegna

Coloro che hanno deciso di scrivere e sottoscrivere questa missiva sono i numerosi vigili del fuoco sardi, sparsi nel nord e nel centro della Penisola, che oramai da troppi anni attendono di ritornare a casa.

Premettendo che non ci aspettiamo, né vogliamo, trattamenti speciali rispetto a quei colleghi che non fanno neanche un giorno lontano dalla propria città di provenienza, o che comunque operano per un periodo limitato lontano dal proprio Comando, ma desideriamo solo un trattamento paritario, riportiamo in generale la nostra situazione.

Tutt’oggi, vi sono vigili del fuoco isolani che hanno maturato quattro, cinque e addirittura sette anni di servizio fuori dalla Sardegna, lontano dai propri cari, spesso con figli piccoli o adolescenti che crescono vedendo poco il genitore, o che hanno situazioni familiari particolari che li costringono tutti i mesi a fare la spola dal luogo in cui prestano servizio alle proprie case, sobbarcandosi spese di viaggio impegnative – visto i rincari di navi, aerei e treni – che incidono notevolmente sull’economia familiare. Questo anche in virtù del fatto che molti, per mancanza di posti letto nelle caserme, sono costretti a pagare un affitto e altre bollette in aggiunta alle spese per la loro casa e per il sostentamento delle proprie famiglie, e il tutto perché nessuno ha tenuto conto che la nostra Regione è quella più lontana e isolata rispetto al resto del Paese.

Fino a oggi noi pompieri sardi abbiamo sopportato questa situazione lavorando in silenzio e senza lamentarci mai, come è nostra abitudine; ma è giunta l’ora di farci sentire, visto e considerato che in questi anni non abbiamo ricevuto risposte ai nostri legittimi perché e nessuno si è mosso per cercare una soluzione al problema di trecento lavoratori e trecento famiglie, che si aggiungono a quelle di una Regione dimenticata da tutti.

Grazie a Facebook ci siamo riuniti in un gruppo chiamato “VVF Sardi in esilio” dove ci scambiamo informazioni, opinioni e dove, tutti uniti, abbiamo deciso di mettere in luce il trattamento disparitario dei vigili del fuoco sardi rispetto al resto dei vigili di altre regioni d’Italia, che ormai va avanti da anni e che, anche agli occhi di un profano, potrebbe apparire discriminatorio e non stabilito con criteri d’uguaglianza.

Fatte queste considerazioni fondamentali, vogliamo elencare i principali punti dolenti della nostra situazione, che noi abbiamo definito d’esilio e che riflette una condizione forzata.

  • PROBLEMATICHE LEGATE ALLA CONDIZIONE DI INSULARITÀ

Come ben si sa, la Sardegna è la Regione italiana più isolata rispetto al resto d’Italia e questo crea non poche difficoltà nel caso si debbano affrontare soccorsi tecnici urgenti, quali ad esempio alluvioni (vedasi quelle del 2008 causate dal Rio San Girolamo a Capoterra e dal Cedrino in Baronia) e incendi boschivi di vaste proporzioni (purtroppo quasi ogni estate) che prevedano l’invio di personale e mezzi dei vigili del fuoco da altre regioni d’Italia in tempi “accettabili”, secondo lo standard del CNVVF.

  • SCARSA CAPILLARITÀ DEI PRESIDI RISPETTO AL RESTO D’ITALIA

A differenza di regioni come ad esempio l’Emilia Romagna – che ha all’incirca un Comando provinciale ogni 30-35 km e distaccamenti posti in posizioni strategiche, che permettono di raggiungere anche i luoghi più impervi e lontani nel giro dei “famosi” 30 minuti in cui il CNVVF è chiamato a intervenire, secondo la normativa europea –, la Sardegna presenta distanze che superano più di ogni altro la media nazionale, aggravate per lo più dalle gravi condizioni delle vie di comunicazione sarde, dall’orografia del vasto territorio isolano e dalla mancata apertura di distaccamenti già decretati da anni e caduti nel dimenticatoio (ad esempio quello di Bono).
A tutto ciò va aggiunto l’incremento della popolazione nella stagione estiva, che si traduce in un aumento dei possibili rischi (ad esempio incidenti stradali) e di conseguenza in un aumento di interventi in condizione di scarsità di personale.

  • PERICOLOSITÀ DI STABILIMENTI PETROLCHIMICI NON AFFIANCATI DA PRESIDI DI VIGILI DEL FUOCO

Sono presenti in Sardegna aree industriali di indubbia pericolosità per l’incolumità dei lavoratori e delle popolazioni residenti, quali quella di Porto Torres e Sarroch; quest’ultima in cui non è presente neanche un presidio permanente, nonostante la presenza di tre petrolchimici e uno stabilimento di GPL che, in caso di incidente, richiederebbe l’intervento del Comando di Cagliari, distante almeno quaranta minuti (senza contare le condizioni del traffico cittadino).

  • NUMERO DEL PERSONALE RIDOTTO AI MINIMI TERMINI

Nonostante il Dipartimento dei vigili del fuoco e alcune sigle sindacali dicano il contrario, il numero dei vigili del fuoco permanenti in Sardegna – che effettuano il soccorso tecnico urgente – è ridotto all’osso, e questo lo si evince non solo dai richiami di personale volontario durante tutto l’arco dell’anno, in particolar modo nella stagione estiva, ma soprattutto da quanto si sente dire dai colleghi che operano nel territorio isolano dove, nelle precedenti festività natalizie, si andava in ferie a tre a tre (senza contare i colleghi in malattia), e gli stessi sono costretti a effettuare turni di straordinario per coprire le carenze.
Senza nulla togliere al personale discontinuo e al prezioso lavoro da essi svolto, ci sarebbe da chiedersi perché, dati alla mano, il numero dei richiami in Sardegna è stato di circa 4000 vigili del fuoco volontari nel solo 2010 mentre, fuori dall’Isola, ci sono pronti all’incirca 300 vigili del fuoco sardi che potrebbero cominciare ad operare da subito e a costo zero nei Comandi isolani.
Ci chiediamo anche perché Capri, che è una piccola isola di appena 4 kmq con 7300 abitanti e una distanza di 45 km (compreso traghetto) da Napoli, goda dello status di “zona disagiata” mentre La Maddalena – che è anch’essa un’isola a vocazione turistica di circa 50 kmq e con 12000 abitanti, che aumentano notevolmente nella stagione estiva, distante 117 km dal Comando provinciale di Sassari (fino all’imbarco di Palau) – non lo sia e sia invece “presidiata” da dei volontari che a seconda degli interventi, per regolamento, devono essere sostituiti o coadiuvati dalla Centrale. E se vogliamo dare uno sguardo alle medie interventi del triennio 2008/2010, La Maddalena batte Capri per 297 a 180.

Oltremodo, ci lascia perplessi anche la notizia apparsa su SassariNotizie.com del 9 gennaio 2013 riguardante il nuovo distaccamento di Porto Torres, inaugurato con grande festa alla presenza del Ministro degli Interni On. Annamaria Cancellieri, e che rischia di chiudere [soppressione del distaccamento in seguito scongiurata, ndr] per mancanza di personale, nonostante «vi siano più di 250 vigili sardi che prestano servizio nelle sedi del territorio nazionale», così come riportato dall’articolo in questione.

Lettera dei vigili del fuoco sardi in esilioPer farla semplice, la soluzione più immediata a questi problemi è quella di passare di categoria i Comandi sardi e aumentarne il personale per poi distribuirlo meglio nel territorio, magari aprendo una volta per tutte i distaccamenti decretati ma tenuti chiusi; e questo personale, già formato, pronto a operare e disponibile già da subito in maniera più che sufficiente, è invece là fuori che aspetta da anni di poter rientrare.

Noi tutti auspichiamo che questa lettera serva affinché la nostra situazione sia presa in reale considerazione da “chi di dovere”, visto e considerato che per anni le associazioni sindacali di categoria ci hanno illuso con false promesse e tuttora continuano a farlo. Con la presente missiva intendiamo far presente “a chi di dovere” ovvero a chi dovrà decidere per le prossime mobilità, e quindi al Dipartimento dei vigili del fuoco, che tutti gli appartenenti al Corpo nazionale, sardi compresi, dovrebbero avere le stesse opportunità e non solo gli stessi doveri.

VVF Sardi in esilio



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