20 marzo 1994 – 20 marzo 2013. Ilaria e Miran: 19 anni senza verità e giustizia

ilaria alpi

A 19 anni dalla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuta il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia, il presidente dell’Associazione Ilaria Alpi, Mariangela Gritta Grainer, traccia un ricordo su questi anni di lotta e di inchieste per conoscere la verità.

Oggi l’Associazione ricorda, inviando con una lettera aperta un appello ai nuovi presidenti di Camera e Senato, perché si continui ad indagare in nome della verità e della giustizia.

Cara Ilaria, non sappiamo se ti farà piacere questa cronistoria di quattro anni di avvenimenti, di lotta e di inchieste per conoscere la verità di questo orrendo delitto che ha troncato la tua gioia di vivere. Ci pare di ascoltare, a volte, la risata con cui sdrammatizzavi certe situazioni, ma d’altra parte non possiamo dimenticare la tua rabbia di fronte a tante ingiustizie che hai dovuto affrontare. Ti chiediamo di capirci. Per noi questa lotta è ragione di vita, nel tentativo, forse illusorio, di portare a termine il tuo impegno. Non sarà facile tratteggiare questo lungo periodo di speranze, illusioni e grandi amarezze. Sappi, tesoro, che tante persone ti hanno tradito, hanno cercato di rendere difficile ogni ricerca della verità. Un bacio, Mamma e Papà

L’esecuzione. Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer, Maurizio Torrealta  Kaos Edizioni

Queste parole “scolpite” da Luciana e Giorgio Alpi, 15 anni fa, ci fanno ancora vibrare: sono cariche di dolore, indignazione ma anche di un amore immenso per Ilaria, per la loro unica figlia e per il suo modo di fare giornalismo, di cercare sempre la verità e di comunicarla. Vogliono portare avanti il suo impegno, convinti già da allora che è proprio per questo che l’hanno uccisa insieme a Miran: ha fatto e fa ancora paura. Ed è per questo che anche la ricerca della verità sulla sua uccisione è ancora difficile.

Un amore che ha trasformato la loro grande sofferenza in impegno civile per avere verità e giustizia, per questo delitto orrendo che riguarda tutto il paese, il suo tessuto democratico e il suo futuro.

Non è più con noi Giorgio: ci ha lasciati domenica 11 luglio 2010. Ma è sempre vicino a Luciana e anche a tutti noi che lo ricordiamo, in particolare quando ci parlava di Ilaria con orgoglio e con tristezza infinita, constatando che il tempo passa in fretta “e io di tempo non ne ho ancora molto per sapere chi e perché ha ucciso la mia Ilaria”.

Giorgio ci accompagna e ci guida in questa lotta che vogliamo condurre insieme a Luciana, fino in fondo.

Il 20 marzo 1994 è domenica. A casa Alpi verso le tre del pomeriggio arriva una telefonata dalla redazione del Tg3. A rispondere è Luciana: “Ilaria è morta”.

La notizia riportata dall’ANSA non proviene dalle autorità italiane o dall’UNOSOM, ma da Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni, che avrà e continua ad avere un ruolo chiave e ambiguo in questa tragica storia.

Da subito si tenta di accreditare la tesi dell’incidentalità: un attentato dei fondamentalisti islamici, una rappresaglia contro i militari italiani, un tentativo di sequestro o un tentativo di rapina finiti male.

Ma fu un’esecuzione, come sostiene chi era a Mogadiscio nel “più crudele dei giorni”  a partire dal generale Fiore, comandante del contingente italiano – anche se molti di loro cambieranno versione più volte.

È stata una vera e propria esecuzione. Hanno sparato per uccidere.” (ANSA – ROMA, 20 marzo ore 17.51)

È certo che non c’è stata reazione – dice Fiore – non si sono trovate tracce di combattimento, solo pochi colpi intorno alla vettura. Potrebbe forse testimoniare che l’uomo di scorta o non ha fatto in tempo a reagire, o fosse d’accordo con gli uccisori.” (ANSA, 20 marzo ore 22.50)

Giovanni Porzio, nella nota inviata al dottor De Gasperis in data 27 maggio 1994: “L’azione ha l’aspetto di un’esecuzione mafiosa. Nessun tentativo di sequestro o di rapina. La dinamica dell’omicidio è del tutto anomala per la Somalia e fa pensare a un’esecuzione premeditata e ben organizzata”.

Lo stesso Giancarlo Marocchino, intervistato da Vittorio Lenzi – TV Svizzera, subito dopo l’agguato mortale: “Allora, non è stata una rapina, è stato un agguato bello e buono premeditato e organizzato, si vede che sono andati dove non dovevano andare.

Marina Rini, nella cronaca di quella giornata (inviata a Massimo Loche il 28 marzo 1994): “Si sa che l’auto modello pick up di Ilaria e Miran era seguita da una Range Rover con a bordo sei uomini armati che a un certo punto si è affiancata, ha tagliato la strada al pick up e due di essi hanno sparato a bruciapelo attraverso il parabrezza. Si sa che non hanno rubato niente, è stata un’esecuzione in piena regola”.

Fu un’esecuzione: è ciò che è venuto confermandosi in tutti questi anni dalle inchieste giornalistiche, dalle commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, dalle sentenze della magistratura fino alle motivazioni con cui il gip dottor Emanuele Cersosimo, nel dicembre 2007, ha respinto la richiesta di archiviazione degli atti del procedimento penale, presentata dal pubblico ministero dottor Franco Jonta della procura di Roma.

Da un’analisi complessiva degli elementi indiziari fino ad oggi raccolti dagli inquirenti, la ricostruzione della vicenda più probabile e ragionevole appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin, in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici avvenuti tra l’Italia e la Somalia, venissero portate a conoscenza dell’opinione pubblica italiana.

Il gip, dunque, dispone che il pm proceda alla riapertura delle indagini partendo dall’acquisire e analizzare tutto il lavoro della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: le tre relazioni conclusive, documenti, testimonianze, informative, inchieste, nuove perizie sul pick up e prove del DNA; un materiale enorme che “custodisce” le prove.

In particolare, fa riferimento alla testimonianza del sultano di Bosaso Abdullahi Mussa Bogor (completamente ignorata dalla relazione di maggioranza) che Ilaria e Miran intervistarono pochi giorni prima di essere assassinati. Un’audizione che conferma: che Ilaria sapeva del sequestro della Faarax Omar; che voleva recarsi sulla nave, uno dei pescherecci donati dalla cooperazione italiana alla Somalia, che Omar Mugne, titolare della Shifco, “ereditò” alla caduta di Siad Barre e allo scoppio della guerra civile; che cercava conferme su traffici di armi e di rifiuti tossici finiti in mare o interrati durante i lavori di costruzione della strada Garoe Bosaso. Un’audizione che Bogor concluse significativamente con queste parole: “Tutti parlavano dei traffici, del trasporto delle armi, chi diceva di aver visto non si vedeva vivo o spariva o, in un modo o nell’altro, moriva”.

Sono passati 19 anni dalla tragica esecuzione di Mogadiscio: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi con un solo colpo ciascuno sparato alla nuca.

Un’esecuzione su commissione: uccisa, insieme a Miran, perché aveva rintracciato, nel suo lavoro d’inchiesta, un gigantesco traffico internazionale di rifiuti tossici e di armi che aveva nella Somalia (martoriata da un sanguinario dittatore come Siad Barre prima e dalla guerra civile poi) un crocevia importante per traffici illeciti di ogni tipo che solamente organizzazioni criminali – mafia, ‘ndrangheta e camorra – possono gestire (come indagini di procure, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno fatto emergere anche di recente). Organizzazioni criminali che possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati perché godono di coperture, silenzi e complicità nei servizi di intelligence, nelle strutture di potere pubbliche e private.

In Toxic Somalia (trasmesso da Rai3 ai primi di marzo), Paul Moreira documenta gli effetti sulla popolazione dei rifiuti tossici scaricati dall’occidente in terra somala, seguendo la strada aperta da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e ricostruendo i rapporti segreti tra il mondo degli affari e quello della criminalità.

L’inchiesta valorizza il lavoro intrapreso dalla giovane inviata del Tg3 e dal suo operatore, mostrando con efficacia come ne abbia segnato la tragica fine perché gli affari sporchi e l’illegalità potessero e possano continuare.

Due i fatti che l’anno appena trascorso ci ha consegnato.

Il processo che vedeva imputato per il reato di calunnia Ahmed Ali Rage, detto Jelle (testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan, in carcere da oltre dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni), si è chiuso con una assoluzione le cui motivazioni sono incredibili: “Appare evidente l’impossibilità di pervenire ad un giudizio di colpevolezza”. Assoluzione in contumacia, avendo di fatto accertato che la  testimonianza potrebbe essere falsa, mentre un cittadino somalo è in carcere forse innocente e di certo due cittadini italiani, Ilaria e Miran, sono stati assassinati quasi vent’anni fa e ancora non hanno avuto giustizia.

La relazione conclusiva della commissione bicamerale d’inchiesta sulle ecomafie sostiene che il capitano Nicola De Grazia è stato avvelenato (riesumata la salma, “la consulenza del professor Arcudi arriva ad una conclusione inequivoca: la morte è la conseguenza di una ‘causa tossica’”). Il capitano Natale De Grazia (morto in circostanze misteriose il 13 dicembre 1995, mentre si recava a La Spezia per indagini importanti) è stata figura chiave del pool investigativo, coordinato dal procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri, che indagava sulle “navi dei veleni”. Fu De Grazia a trovare il certificato di morte e/o l’annuncio “di morte avvenuta di Ilaria” nelle perquisizioni effettuate a casa di Giorgio Comerio, noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico-nocivi, che prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori e il loro ammaramento.

La morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese”, con queste parole si conclude la relazione della commissione.

Due fatti che confermano quanto è avvenuto in  questi anni dolenti: depistaggi occultamenti, carte false, testimoni e/o persone informate dei fatti che hanno mentito.

“Menti raffinatissime” sono state e sono in azione fin dai primi giorni dopo l’uccisione premeditata: l’omissione di soccorso, la sparizione dei block notes e di alcune cassette video, la non effettuazione dell’autopsia, la violazione dei sigilli dei bagagli, la costruzione “persistente” della tesi della casualità (tentativo di sequestro finito male, il proiettile vagante…).

Il corso della giustizia è stato compromesso: gli assassini e chi li copre hanno potuto contare sul fatto che le tracce si possono dissolvere, che alcuni reperti sono scomparsi o non sono più utilizzabili, che molti testimoni hanno mentito o non hanno detto tutto ciò che sapevano, altri sono morti in circostanze misteriose, che anche pezzi di Stato hanno lavorato all’accreditamento ufficiale di una falsa versione manipolando fatti reali.

Un esempio? La vicenda della macchina pick up che Giancarlo Marocchino – divenuto “collaboratore” della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – ha portato in Italia, tramite un suo uomo di fiducia, dopo oltre 10 anni. Su di essa in gran fretta, impedendo alla procura di Roma di partecipare alle perizie con propri periti, il presidente della commissione dispose perizie medico-balistiche molte delle quali “irripetibili” perché “tutti i reperti analizzati sono andati distrutti nel corso delle analisi” (pag. 34 della relazione a firma Biondo consegnata alla commissione in data 10 novembre 2005).

La maggioranza della commissione, inoltre, impedì che si procedesse nell’analisi comparativa tra il DNA del sangue rinvenuto sulla macchina e quello dei genitori di Ilaria che lo avevano chiesto. Prova che è stata eseguita nel 2008: quelle tracce di sangue non sono di Ilaria, anzi “sono incompatibili col DNA di Ilaria”.

Utile chiedersi il perché non si volle eseguire quel confronto: si temeva che il risultato “incontestabile” demolisse l’insieme delle perizie compiute sulla macchina e dunque le conclusioni della maggioranza della commissione che su di esse sono state in gran parte fondate.

Per sostenere che non si è trattato di un’esecuzione ma di un tentativo di sequestro finito male, si sono ignorate anche tutte le testimonianze che confermavano quanto sostenuto da tutte le sentenze della magistratura. Il senatore Polito, relatore della proposta di legge di istituzione di una nuova commissione d’inchiesta (2005/2006):

È confermata credo in tutti noi la convinzione che su quel delitto, sulla sua dinamica, sui suoi eventuali mandanti e sui loro possibili moventi non sia stata fatta piena luce, né in sede giudiziaria né in sede di commissione d’inchiesta parlamentare. È dunque del tutto legittimo ipotizzare – come l’Associazione non si è stancata di sostenere in tutti questi anni – che Alpi e Hrovatin siano stati vittime non di un tentativo di sequestro finito male, ma bensì di un vero e proprio agguato finalizzato a distruggere le testimonianze e a seppellire le prove di un intreccio più grande e scandaloso, riguardante le scoperte compiute dai due reporter nel corso delle loro indagini. Credo dunque di poter dire che la Commissione d’inchiesta della Camera, presieduta dall’onorevole Taormina, sia stata un’occasione persa”.

(La nuova commissione non fu istituita per lo scioglimento anticipato della legislatura.)

La Corte costituzionale (che aveva accolto il ricorso per conflitto di attribuzione, sollevato dalla procura di Roma nei confronti della Commissione parlamentare d’inchiesta) nella sentenza ha ravvisato, nel rifiuto della Commissione di far partecipare la procura di Roma ai rilievi tecnici, una violazione del principio di leale collaborazione e una ripercussione sulle indagini.

I giudici della Consulta, infatti, ritennero che fosse “doveroso” procedere congiuntamente ai rilievi sulla Toyota al «fine evidente di consentire il più ampio spettro di indagine nella ricerca sulla verità dei fatti».

La Corte ha inferto uno “schiaffo” al presidente della commissione: così commentavano le agenzie di stampa.

Molti altri inquietanti esempi si potrebbero raccontare.

Nonostante infiniti tentativi di chiudere questo caso da anni, l’impegno incessante di Giorgio e Luciana Alpi lo ha tenuto aperto e grazie a loro, all’associazione Ilaria Alpi, al premio, alle moltissime scuole, istituzioni e migliaia di cittadine e cittadini che sono impegnati, il caso è ancora apertissimo.

Siamo ancora qui, non ci arrendiamo, vogliamo e avremo verità, tutta la verità e giustizia.

Può essere una buona medicina anche per questa nuova fase politica, che di certo esige aria pulita, ripartire dal “senso della verità” e della giustizia.

L’elezione di Laura Boldrini a presidente della Camera dei Deputati e di Pietro Grasso a Presidente del Senato della Repubblica è un segno di vicinanza e di speranza.

Mariangela Gritta Grainer
Presidente Associazione Ilaria Alpi

Fonte: IlariaAlpi.it
Foto: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin © Raffele Ciriello



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