Salvare la Somalia – seconda parte

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Chi è Hassan Sheik Mohamud, nuovo Presidente della Somalia? E può sperare di salvare lo Stato più fallito del mondo?

Seconda parte della traduzione di Saving Somalia, articolo di Alex Perry apparso sul TIME il 4 marzo 2013.

Leggi la prima parte.

Tornare a scuola

Prima della guerra, ricorda Hassan, a Mogadiscio c’erano 350.000 alunni, ma quando iniziarono i combattimenti, nel ’91, l’istruzione fu una delle prime vittime. Nel giro di un anno, rimase a malapena una scuola aperta in tutta la città. «Le scuole divennero campi profughi e obitori» dice Hassan. Lui, laureato in ingegneria e consulente per l’Onu, aveva previsto il disastro. È stata la chiusura mentale dei clan a mettere in ginocchio la Somalia, pensava Hassan. Come poteva il Paese sperare di risollevarsi se un’intera generazione non era nemmeno andata a scuola? Nel ’92, con l’aiuto della Croce Rossa, Hassan cominciò a riaprire le scuole della città. Ma i genitori, molti dei quali durante la guerra necessitavano che i figli lavorassero, non risposero, racconta Hassan. «Quindi collegammo il cibo con l’andare a scuola». Per ricompensare la frequenza, i dirigenti scolastici avrebbero consegnato porzioni di riso, olio e zucchero. «E fu così che i bambini cominciarono a tornare».

Cinque anni dopo, Hassan aveva migliaia di diplomati. «Fu allora che fondammo un’università». L’Istituto somalo di management e amministrazione (SIMAD) aprì nel 1999 offrendo corsi di laurea in due anni per management, amministrazione, informatica e direzione aziendale – tutti scelti per la loro “impiegabilità”, ci dice Hassan, che ha lasciato il Simad nel 2010. L’università conta ora più di 3.000 iscritti alle lauree quadriennali, 150 docenti, un introito di tasse pari a 2,3 milioni di dollari e offre corsi quadriennali in tre campus della città, con un quarto già pianificato.

Hassan e il suo staff hanno ricostruito un sistema di istruzione per gran parte della città durante la guerra, ma non è stato possibile fermare del tutto i combattimenti. «Molte volte è capitato che proiettili vaganti arrivassero in classe uccidendo un ragazzo o una ragazza» rivela Farah Abdikadir, docente di economia al Simad. Nel giro di pochi anni – aggiunge Hassan – “sarebbe potuta scoppiare una nuova guerra qui a Mogadiscio e tutto questo sarebbe potuto crollare. Consapevoli del rischio di dover ripartire da zero ogni quattro o cinque anni, io e i miei amici abbiamo capito che se non avessimo risolto la questione politica, niente sarebbe potuto fiorire qui in Somalia. Così abbiamo deciso di fondare un partito politico”.

Quando Hassan ha iniziato l’esperienza, nel 2010, il Pdp era più un gruppo di aiuto: i membri distribuivano cibo ai rifugiati, tenevano lezioni nei campi, formavano squadre di calcio. Ma Hassan realizzò presto che il Pdp stava affrontando solo le conseguenze della guerra, non le sue cause: la lotta fra i clan della città e i loro Signori della guerra. «Così abbiamo deciso di tornare nei clan. I nostri membri avrebbero provato a diventare parlamentari dei clan e, una volta arrivati in Parlamento, avremmo guidato il cambiamento dall’interno». Il Pdp non era il benvenuto tra i Signori della guerra, che dominavano il governo di transizione della Somalia. Ma sotto la pressione dei benefattori il governo acconsentì, nel 2011, di redigere una nuova costituzione e tenere le elezioni nel 2012 per formare un nuovo Parlamento, il quale avrebbe poi eletto il nuovo Presidente.

Il Pdp vide nelle elezioni presidenziali una grande occasione per trasformare il Paese. Cercando di convincere i nuovi parlamentari che avrebbero eletto il nuovo leader, “la nostra strategia divenne quella di promuovere il cambiamento” ricorda Hassan. «Dicevamo: “Se rieleggete le stesse persone, possiamo aspettarci gli stessi errori”. Abbiamo usato molto i media: internet, televisione, canali radio di tutta la Somalia e cartelloni. Il nostro messaggio era semplice: “Queste persone non dovrebbero tornare [al governo, ndt]”». I benefattori hanno aggiunto il loro peso alla campagna. «I Signori della guerra corrompevano i parlamentari – riferisce un diplomatico –, ma il voto è segreto, perciò abbiamo detto loro: “Prendete pure i soldi, ma votate usando la coscienza. L’unica persona che conoscerà il vostro voto sarete voi stessi e il vostro dio”».

Il 10 settembre 2012 il presidente uscente Sheik Sharif Ahmed – la cui amministrazione è stata accusata di corruzione in un rapporto dell’Onu – ha vinto con 64 voti su 271, davanti ad Hassan che, sorprendentemente, ha ottenuto ben 60 preferenze. Nelle ore precedenti il secondo turno di votazioni dice Hassan: «Il mio team si mise al lavoro. Il nostro messaggio era: “Questa è la nostra unica speranza. È la nostra unica occasione per salvare la Somalia. Non sprecatela”». Nella seconda votazione, il Presidente ha preso 79 e Hassan 190. «È stato un momento travolgente – racconta – e ho prestato giuramento la sera stessa».

Obiettivo istantaneo

Fu subito sanguinosamente chiaro che la vita di Hassan era cambiata completamente. Soltanto due giorni dopo la sua elezione, il 12 settembre, mentre teneva una conferenza stampa con il Ministro degli Esteri keniano in un hotel vicino all’aeroporto di Mogadiscio, due attentatori suicidi di al-Shabaab tentarono di ucciderlo. Uno venne ucciso con un proiettile alla testa all’ingresso, l’altro dentro l’hotel. Nella sparatoria sono morti anche un soldato dell’Unione Africana e un terzo attentatore, un uomo di copertura. Dentro l’hotel, Hassan ha continuato il suo discorso, nonostante il rumore degli spari e l’esplosione dell’imbottitura di uno dei due attentatori. «Questa è la Mogadiscio che cerchiamo di cambiare» disse.

Ma anche se la sua vita è cambiata, Hassan è rimasto lo stesso. Ci racconta che pochi giorni dopo la sua elezione, alcuni anziani dei clan andarono nel suo ufficio per chiedere dei favori. Avevano portato con sé una valigetta con 200.000 dollari in contanti. Gentilmente Hassan chiese loro di depositare la somma alla banca centrale, in modo tale che venisse inclusa nel budget del governo centrale, e di portargli la ricevuta. Loro lo fecero. E non appena si diffuse la voce che il Presidente aveva rifiutato una mazzetta, “tutti vollero unirsi. Abbiamo raccolto un milione di dollari in 20 giorni in questo modo”. La storia è stata confermata dal governatore della banca centrale, Abdusalam Omer.

Hassan ha usato gli stessi principi per scegliere il suo governo, nel quale sono tutti docenti universitari, tecnocrati o attivisti, scelti per le loro capacità e per la loro reputazione pulita. Invece degli opulenti governi somali del passato, nei quali ogni clan e Signore della guerra veniva comprato con l’offerta di una posizione, Hassan ha nominato solo dieci ministri, due dei quali donne. «Non lo conoscevo affatto» ammette una delle due, nuovo Ministro degli Esteri e vice Primo Ministro, Fawzia Adam, di 58 anni, imprenditrice e attivista sociale del Somaliland. «Di punto in bianco mi ha chiamata dicendomi che cercava alcune persone accuratamente selezionate e capaci, persone efficienti e molto determinate».

Ciò che Hassan sta tentando dopo decenni di sciovinismo dei clan e di oppressione degli islamisti, dice un diplomatico occidentale impegnato in Somalia, non è niente di meno che “rimpiazzare l’ideologia e il dogma con il pragmatismo accademico e reintrodurre un po’ di intelligenza nel sistema somalo”.

Inoltre, il Presidente vuole insegnare alla comunità internazionale qualche nuova strada. «Prima, era il mondo a fare le cose per noi» dice. Da ora in avanti, mentre quasi ogni programma del governo conterà sul finanziamento estero, “faremo tutto quello che riusciamo da soli”. Sono finiti i giorni in cui gli stranieri potevano gestire i loro programmi di sviluppo indipendentemente dal governo, addirittura amministrandoli dalla capitale del Kenya, Nairobi. Mahiga dice che questa nuova mentalità prende ispirazione dall’AMISOM, l’esercito africano che, con la formula dell’autosufficienza, sta risolvendo uno dei problemi africani e il cui successo ha portato l’Onu a ripensare il mantenimento della pace. «È un cambiamento attitudinale», dice Mahiga. «È guardare al Paese e riconoscere che ora c’è una evidente responsabilità e una vera leadership».

Se gli si chiede come vede il futuro della Somalia, Hassan descrive un Paese dal quale gli altri possano imparare. «Vedo cambiare questa vecchia, vecchia storia di conflitto nel Corno d’Africa. Sogno una Somalia esportatrice di idee, un esempio per il resto dell’Africa e del mondo. Molti somali, in passato, sono diventati cittadini di altri Paesi, io vedo persone chiedere di diventare somale». La Somalia come modello globale può sembrare piuttosto improbabile, ma Hassan ha già dato una lezione alla Somalia, che pochi immaginavano il Paese avrebbe imparato. «La lezione – dice Farah Abdikabir, che è ora consigliere presidenziale – è che si può arrivare in alto senza usare la pistola e senza uccidere le persone».

 

Galleria fotografica Somalia in Transition di Dominic Nahr.

Foto: Hassan a Villa Somalia, 8 gennaio 2013 © AU/UN IST, via Flickr



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