Salvare la Somalia – prima parte

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Chi è Hassan Sheik Mohamud, nuovo Presidente della Somalia? E può sperare di salvare lo Stato più fallito del mondo?

Traduzione di Saving Somalia, articolo di Alex Perry apparso sul TIME il 4 marzo 2013.

Per incontrare l’uomo con uno dei lavori più pericolosi al mondo, ho dovuto superare dieci posti di controllo: cinque gruppi di soldati somali, tre di soldati ugandesi, uno di guardie del corpo somale e, infine, una guardia del corpo ugandese che mi ha chiesto di consegnare la mia pistola. (Che, per inciso, io non ho.)

In seguito mi hanno perquisito con il metal detector, mi hanno palpato le ascelle, le scarpe e le orecchie, mi hanno sequestrato il telefono, il flash, il computer e poi l’intera borsa, infine mi hanno lasciato solamente coi miei vestiti, due penne e un blocco per gli appunti. Il motivo di tutta questa sicurezza non è difficile da individuare: ci sono dei fori di proiettile nelle finestre di Villa Somalia – il luogo nel centro di Mogadiscio in cui lavora il Presidente della Somalia Hassan Sheik Mohamud.

All’interno, dell’intonaco fresco e alcuni dipinti cercano inutilmente di nascondere le cicatrici della battaglia – altri fori di proiettile e schegge di granata – sui muri. Nell’ufficio di Hassan, le tende sono sempre chiuse, anche a mezzogiorno, ma dietro di esse risuonano a intermittenza il crack-crack degli spari e, in lontananza, un occasionale boom. «In ogni momento, c’è qualcuno che prova a eliminarmi» dice Hassan. «Ma centinaia di migliaia di somali sono morti e se morissi anch’io, sarei solo uno dei tanti. Non credo vivrò più a lungo facendo il politico».

Hassan, 57 anni, non è in politica da molto: ha fondato il Partito per la Pace e lo Sviluppo (Peace and Development Party, PDP) soltanto a metà del 2010. Durante le elezioni presidenziali del 10 settembre 2012, Hassan è passato dall’essere praticamente uno sconosciuto a principale candidato alla presidenza in un sol giorno. E già questo sarebbe inusuale, ma la cosa più importante per la Somalia è che Hassan non è un Signore della guerra, né un capoclan e nemmeno un terrorista. È, al contrario, un padre di famiglia con cinque figli e un ex insegnante divenuto il primo Presidente somalo di un governo permanente formato da civili dal 1991, cioè da quando è scoppiata la guerra civile.

Il suo è un compito davvero gravoso. Il Presidente Hassan deve rimettere insieme il primo degli Stati Falliti e portare pace e prosperità in una nazione che, negli ultimi 20 anni, ha dato al mondo: la grande debacle americana dell’abbattimento dei Black Hawk, una milizia affiliata ad al-Qaida, una scorta di pirati del XXI secolo e carestie periodiche che hanno causato centinaia di migliaia di morti e milioni di rifugiati. Il tutto mentre cerca di non venire assassinato. Hassan potrebbe rappresentare un nuovo inizio per la Somalia, ma pochi esordi sono stati tanto segnati dal passato. «Stiamo ricominciando da zero, abbiamo perso tutto nella guerra. È stato distrutto tutto. Procediamo nel buio» afferma Hassan.

Eppure, anche se le pistole non sono ancora state zittite, ci sono buone speranze per la Somalia di tornare alla luce. Nel 2008 il gruppo di islamisti somali alleati con al-Qaida, chiamato al-Shabaab, controllava gran parte del sud Somalia, compresa quasi tutta la capitale, Mogadiscio. Ma nel luglio 2011, dopo due anni di combattimenti isolato per isolato, con l’avanzare dell’esercito dell’Unione Africana formato da ugandesi e burundesi (AMISOM), al-Shabaab ha lasciato repentinamente la città. Oggi, dopo una diserzione di massa e ulteriori sconfitte, gli islamisti controllano solo una piccola parte del sud del Paese.

Subito dopo la loro partenza, Mogadiscio è sbocciata. Degli oltre 60 posti di controllo della milizia, nei quali ragazzini che masticavano qāt erano soliti estorcere denaro puntando una pistola, ne è rimasta soltanto una manciata. I negozianti hanno rattoppato le pareti, ricostruito i marciapiedi e spalancato, ancora una volta, le loro porte. Sono stati raggiunti da una marea di espatriati di ritorno da Paesi come la Gran Bretagna, gli Usa e l’Australia, che portano con sé milioni di dollari per riparare le loro case e investire in nuovi business. Una fila di navi, che arriva carica di calcestruzzo, automobili e telefonini e riparte carica di cammelli, manghi e banane, è ancorata al largo del porto di Mogadiscio, ora inadeguato – segno dell’improvvisa crescita economica e del declino della pirateria dovuto all’assunzione di guardie armate a bordo delle navi.

All’improvviso, quella che soltanto un anno fa era una martoriata terra di nessuno, ora brulica di vita: nonostante il rischio di esplosione di bombe, come quella avvenuta il 16 agosto in un ristorante sul lungomare, ogni venerdì migliaia di persone si radunano sulla bianca spiaggia del Lido – che prima era una roccaforte di al-Shabaab – per nuotare, giocare a calcio e godersi un gelato o l’aragosta alla griglia. Migliaia di somali camminano nelle strade prima deserte, sorseggiano caffè e fumano narghilè fino a tarda notte, sotto l’aura protettiva dei lampioni riaccesi dei locali. Catene internazionali di hotel stanno comprando proprietà vista mare. Coca-cola ha riaperto lo stabilimento di Mogadiscio. «È una profonda trasformazione» ammette Augustine Mahiga, inviato speciale dell’Onu.

Con i Signori della guerra fondamentalmente riappacificati, gli islamisti estradati e i pirati che tornano alla pesca, se questo momento di speranza può diventare la normalità, per la Somalia, lo si deve soprattutto al nuovo Presidente. Anche i più ottimisti incrociano le dita: «Ogni volta che lo vedo [Hassan, ndt] scopro nuove cose straordinarie su di lui» dice Mahiga. «Ma deve affrontare una sfida impegnativa. E lui non ha mai lavorato nell’amministrazione pubblica». Se si chiede ad Hassan se pensa di potercela fare, lui è fiducioso: «Certo, – risponde – non ci sono dubbi sulla nostra determinazione». E per convincermi mi parla della sua carriera da docente.

Leggi la seconda parte.

Foto: Hassan a Villa Somalia, 8 gennaio 2013 © AU/UN IST, via Flickr



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