“You don’t die, you just stop living” – pensieri sul fine vita

fine vita

La vita, la morte e quel che sta nel mezzo.

Qualche tempo fa mi è capitato di vedere un corto tratto dal romanzo Unwind di Neal Shusterman. La storia narrata (assai cruda invero) esula dall’argomento di quest’articolo, tuttavia se siete interessati vi consiglio di dare un’occhiata a Wikipedia o, se non masticate troppo bene l’inglese, potete leggere qui un sunto in italiano. Ad ogni modo, nel corto sopraccitato un’infermiera cerca di rassicurare la paziente con la seguente frase: “You don’t die, you just stop living”, ovvero “Non morirai, cesserai soltanto di vivere”.

Se ci dicessero una cosa del genere, quale sarebbe la nostra prima reazione? Risponderemmo forse con “ma che me stai a pija’ per er culo?! C’è differenza?”. C’è chi risponderebbe senza indugi “no”, chi “non c’avevo mai riflettuto” e chi, invece, annuirebbe con un “per me, sì”.

Ecco, io faccio parte della nutrita schiera del “per me, sì”. Trovo che esista un’enorme differenza tra “essere in vita” e “vivere”, la stessa che passa tra il respiro e la sua assenza. Per me è sostanziale la discriminante che corre tra il semplice possesso delle funzioni vitali di base e il “vivere la vita”: è il significato e il valore che vengono attribuiti ai tasselli che la compongono, la vita. Non ritengo degna di essere appellata tale, quella passata tra stordimenti derivanti da morfina, nutrizione artificiale o rianimazioni continue in attesa dell’inevitabile fine. Né riesco a definire “vita” quel limbo sconosciuto che la scienza ha battezzato “stato vegetativo”.

Per me, parlare, far di conto, ridere e le altre migliaia di azioni che sto compiendo nel mio abitare la Terra o quelle che non mi vedranno mai come soggetto sono parte imprescindibile del mio concetto di “vivere”. È per questo motivo che vorrei avere la libertà di dare disposizioni sul mio fine vita, in modo tale che esse abbiano effettivo valore legale e siano vincolanti per il personale medico che dovesse avermi un giorno in cura.

C’è chi sicuramente replicherebbe con “ma tu che ne sai di cosa si prova, cosa si è realmente quando si è in stato vegetativo o invalidati da malattie che non ti permettono di esprimere il tuo pensiero o il tuo sentire? Come puoi decidere adesso come vorresti essere trattato in un ipotetico momento che potrebbe non giungere mai?”. È vero, non lo so. So, però, ciò che ho visto accadere sulla pelle di altri e conosco ciò che ho appreso leggendo e mi è sufficiente per decidere cosa non voglio essere in quel momento, se ci sarà.

Io, adesso, nel pieno delle mie facoltà mentali e fisiche, so quali procedure vorrei autorizzare o meno sul mio corpo, nel caso in cui non riuscissi più dar voce ai miei pensieri. E il fatto che esista la possibilità che in quell’occasione io possa cambiare idea ma non riesca a dirlo, non muta la mia opinione in merito.

Desidero che non sia lasciato alle persone che amo l’onere di dover decidere come procedere, poiché è già difficile lasciare andare un caro, figurarsi il dover decidere il come e il quando questo deve avvenire. Non voglio aggiunger loro altre lacerazioni o sensi di colpa.

Inoltre, ogni essere umano dovrebbe poter decidere liberamente e in completa autonomia a quali trattamenti sanitari il proprio corpo debba o meno andare incontro. E questo, si badi bene, non è una mia opinione, ma un diritto dell’uomo e del cittadino, come sancito a più riprese da:

  • Costituzione Italiana (Articolo 13 e Articolo 32),
  • Convenzione sui diritti umani e la biomedicina, nota come Convenzione di Oviedo (Cap. II), promulgata dal Consiglio d’Europa nel 1997 e ratificata dal Parlamento italiano nel 2001,
  • Codice di deontologia medica dei Medici italiani (Capo IV).

Un serio confronto parlamentare su questo tema non è più rinviabile: uno Stato laico che tutela i diritti civili, qual è il nostro, non può più permettersi di tergiversare piegandosi ai dettami più o meno espliciti del Vaticano. Libera Chiesa in libero Stato significa questo: ognuno dà regole a casa propria e deve poter essere ragionevolmente sicuro che la controparte non faccia pressioni per orientare il cammino dell’altra. Ognuna delle parti, non solo una. Per consentire a ogni cittadino di affermare serenamente il proprio “per me”, in piena libertà di coscienza.

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