Downton Abbey e Parade’s End, quando il british drama incontra il costume – prima parte

Downton Abbey

Downton Abbey: un capolavoro da oltre 9 milioni di telespettatori.

[Il post contiene spoiler]

Chiariamo subito una cosa importante: gli unici elementi che Downton Abbey e Parade’s End hanno in comune sono il periodo storico e il british accent. Punto. Chi li paragona considerando l’uno la brutta copia dell’altro, o si è fermato al pilota, traendone superficiali considerazioni, oppure reputa tutti uguali i prodotti in costume. In ogni caso, ha preso una notevole cantonata.

Di Downton Abbey si è parlato molto, kolossal scritto da Julian Fellowes e prodotto da Carnival Films per il network ITV; vincitore, tra gli innumerevoli altri premi, di otto Emmy Awards, quattro BAFTA Craft e un Golden Globe. Distribuito in oltre venticinque paesi ed entrato nel Guinness dei Primati come “la serie che ha ricevuto più recensioni favorevoli nel mondo”, primo telefilm britannico ad ottenere questo riconoscimento.

Downton AbbeyLa storia, ambientata nella fittizia Downton Abbey (ricostruita nel Castello di Highclere, nel Berkshire), narra le vicende dell’aristocratica famiglia Crawley – il Conte e la Contessa di Grantham con le tre figlie Mary, Edith e Sybil – e dei loro domestici, a partire dal 15 aprile 1912: il pilota si apre con la notizia del naufragio del Titanic, nel quale perde la vita il cugino del Conte, erede della proprietà. Il beneficiario della tenuta risulterà un giovane cugino di terzo grado, Matthew. [Per il “pippone esplicativo” sulla trama, leggere qui.]

Downton Abbey è fondamentalmente una soap opera di classe in salsa edoardiana, e come tutte le soap racchiude la sua arma vincente nell’impossibilità di fermarsi una volta iniziato a guardarla. Sì, scoppia la prima guerra mondiale, si parla di lotte per il suffragio femminile, storia, politica e società si mescolano dando vita a uno sfondo coinvolgente; ma ciò che il pubblico vuole sapere, fondamentalmente, è soltanto se Lady Mary (Michelle Dockery) e il cugino Matthew (Dan Stevens), alla fine della fiera, coroneranno il loro sogno d’amore. Questo è il quadro. Tutto il resto è cornice, una dorata e lussuosa cornice.

Downton Abbey, Mary e MatthewQuella che segna la differenza tra una banalità all’italiana come Elisa di Rivombrosa e un kolossal da otto Emmy Awards, per intenderci. Quella che, per farla breve, può essere riassunta citando un solo, grandissimo, nome: Maggie Smith (due Emmys), che – come dice lei – da sola vale la visione.
Se poi la si vuol fare un po’ più lunga si possono citare anche Hugh Bonneville ed Elizabeth McGovern. E se non si vuol dare l’impressione di essere troppo avari si può parlare anche del resto del cast – in cui giganteggia persino l’ultimo dei domestici (merito probabilmente del background teatrale degli attori britannici) – della fotografia, della colonna sonora o dell’attenzione maniacale per il più insignificante dettaglio curato in modo eccezionalmente impeccabile; british, si potrebbe dire.

E i dialoghi.

“I will never be happy with anyone else as long as you walk the earth” è ciò che dice Matthew a Mary la notte prima delle nozze, in seguito a un turbolento litigio. “Non sarò felice con nessun’altra finché tu vivrai su questa terra”, che in una comunissima soap sarebbe “blafrasemelensablanoiabladiabetebla”.

“I’m so looking forward to seeing your mother again. When I’m with her, I’m reminded of the virtues of the English.” – “But isn’t she American?” – “Exactly.”

Dice Lady Violet (la superba Maggie Smith, appunto) riferendosi alla consuocera americana che fa la sua comparsa nella terza serie (attualmente in onda), interpretata da un’attricetta qualunqueShirley MacLaine.

Questo è sostanzialmente Downton Abbey: la dimostrazione che una storia non troppo originale può diventare un capolavoro, se tutti i reparti della macchina vengono fatti funzionare con ineccepibile precisione; dalla scenografia ai costumi, fino all’entrata in scena della comparsa più “inutile”.

E non lascia spazio alle mezze misure: piace o non piace. Senza riserve.

Cosa che non si può dire di Parade’s End… (continua, prima o poi.)



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