QUEEN – guida intergalattica per aspiranti fan #5

A DAY AT THE RACES, 1976

 

Altro titolo “rubato” ai Marx. Piccola parentesi, si narra che Groucho, informato di questi “furti”, abbia risposto loro: «Sarei davvero molto felice per voi se decideste di chiamare il prossimo album come il mio ultimo film: The Greatest Hits of the Rolling Stones

Siamo nel 1976, tre anni e tre album alle spalle, ma i Queen non sono stanchi di sperimentare e non lo saranno mai, nel bene e nel male: l’album comincia con Tie Your Mother Down per la cui intro Brian disse di essersi ispirato ai celebri quadri di Escher – presente le scale che sembrano non finire mai?
La canzone, per la sua potenza hard rock dirompente, fu usata per circa un decennio come apertura dei live (senza le scale, però).

You Take My Breath Away è una canzone d’amore dolcissima. Da occhioni a cuoricino, proprio: “Look into my eyes and you’ll see I’m the only one…” Ma ha un’intro e, soprattutto, un’outro che sembrano non c’entrare proprio un cazzo. Come già detto: tu chiamale, se vuoi, sperimentazioni.
Comunque il consiglio è di ascoltarla chiudendo gli occhi e lasciandosi andare.

Long Away è la ’39 di quest’album, ma non ha avuto altrettanto successo. Invece, The Millionaire Waltz è l’ennesima dimostrazione che i cocktail di generi musicali sono una specialità dei Queen. Un valzer rock, quasi come Strauss, quante altre rock band possono vantarne uno?
You and I, di John, è un’altra canzone romantica. I giudizi giunti alle mie orecchie negli anni sono molto discordanti: c’è chi la considera un piccolo capolavoro e chi una cagata; c’è chi la ama e chi non la sopporta. Io lascio quindi il libero arbitrio e non darò giudizi, dico solo di notare la linea del basso.

Segue un’altra famosissima composizione di Freddie, Somebody To Love. Non avrebbe bisogno di presentazioni o commenti. Aggiungo solo un paio di precisazioni: è in 6/8 come (ve lo ricordate dalla settimana scorsa?) I’m In Love With My Car e i cori gospel sono di Roger, Brian e Freddie. E basta.

White Man è il primo testo che potremmo definire impegnato dei Queen. Brian, tutt’ora attivo in campagne ambientaliste e animaliste, in questo caso mette in musica la distruzione compiuta dall’uomo bianco nelle Americhe. Chi parla è un pellerossa e chiede: “White man, white man, where you gonna hide from the hell you’ve made?”
La canzone è rabbiosa, un rock blues molto roco e distorto, direi sporco, che non prova nemmeno a celare lo sdegno. E a chi dice che i Queen sapevano scrivere solo belle melodie, ma testi scadenti (ma poi è tutto da vedere se Bo Rhap, White Queen e altri siano davvero scadenti), be’, questa è un’ottima risposta.

La successiva Good Old-Fashioned Lover Boy è un altro divertissement di Freddie, mentre Drowse, di Roger, è dedicata alla noia, alla sonnolenza che ti prende la domenica pomeriggio. Ed è un brano che aggiunge ulteriore eterogeneità all’album. Come se ce ne fosse bisogno! L’ultima canzone apre la strada all’album dell’anno seguente e, in particolare, a We Are The Champions. Sì, perché Teo Torriatte ha proprio un ritornello da cantare tutti assieme, dondolandosi abbracciati… sempre che si sappia il giapponese!

Teo Torriatte, infatti, non è un nome, come ho creduto io per qualche anno – ehi, ero piccola! E indifesa! E non ho mai studiato giapponese! –, bensì, in giapponese significa “let us cling together”, ovvero “stringiamoci tutti insieme”.



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