A ciascuno il suo (eroe)

Quando partecipare è davvero importante.

In questi giorni, siamo tutti molto presi dagli avvenimenti sportivi (e non) delle Olimpiadi di Londra ed è quasi tutto molto bello: nelle vittorie dei nostri compatrioti troviamo quello spirito italico che spesso ci manca, nelle imprese immortali di altri atleti ci emozioniamo, nelle conquiste di ognuno di loro ci riconosciamo – pur con le dovute proporzioni.

michael phelps laszlo csehC’è chi si riconosce in Michael Phelps, un ragazzino con la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), che – crescendo – è diventato l’uomo con più medaglie olimpiche in bacheca.
C’è chi si riconosce in László Cseh che in Europa ha vinto tutto, ma destinato a essere l’eterno secondo, proprio dietro a Phelps.
C’è chi si riconosce in quelle ragazze e donne arabe che, per la prima volta, hanno potuto (o potranno) gareggiare in un’Olimpiade.

Ognuno cerca l’atleta che gli è più affine, per storia, geografia o anagrafica e lo/la sostiene, anche se solamente da lontano, con i social network o con il pensiero. Per questo è molto importante sapere che ci sono anche atleti omosessuali alle Olimpiadi, perché qualcuno, da casa, possa sentirsi affine e tifare.
Ciò non significa che una persona gay non possa fare il tifo per un/a atleta etero o viceversa, ma quante più cose in comune si trovano con una persona, tanto più forte sarà la spinta a sostenerla. Nella vita di tutti i giorni o nell’eccezione dei giochi olimpici.
Perché, come hanno già scritto in tanti, per i più giovani – omosessuali o anche solo alla ricerca della propria sessualità – avere un modello di successo che li rappresenti a quei livelli, può essere di grande aiuto. Perché sì, se ne sono resi conto tutti, gli atleti e le atlete sono dei modelli, e in quanto tali possono fare molto – nel bene e nel male. E ne è convinto anche Mark Stephens quando, ancora a maggio di quest’anno sul Guardian, ha invitato gli sportivi a fare coming out.

atleti gay dichiarati megan rapinoe

Sfortunatamente, tra gli atleti sembra esserci una percentuale di gay, lesbiche e bisessuali inferiore alla media. Tanto inferiore che rasenta lo zero: i dati – forniti da Outsports – parlano di ventitré atleti su 10.490!

I dati sono un po’ strani, però.

Ad esempio, le nazionalità di questa lista sono solo dieci su 204 dei partecipanti ai Giochi. Oltre a non esservi alcun atleta proveniente da Paesi arabi o musulmani, non c’è nemmeno un italiano. Eppure gli omosessuali esistono anche in Italia! Altrimenti i voti di chi sta cercando il PD con le sue “aperture” alle unioni civili?

Altro dato strano: di questi ventitré nomi, solo tre sono maschili. Eppure dovrebbero essere, all’incirca, in parità. Anzi, per molti ciò che non esiste è l’omosessualità femminile. Tanto che io, una volta, mi sono sentita dire: «Ah, ma allora esistete!».
Ma il dato più strano rimane il numero complessivo: una ventina su oltre 10.000 è una percentuale inferiore allo 0,2 che non si riscontra in nessuno studio, in nessuna indagine. Scorrendo le pagine di Google, si possono trovare risultati che variano dall’uno al dieci percento.

Perché, dunque, c’è un numero così basso di olimpici omosessuali? Gli atleti sono forse di un’altra specie, non umana? Anche se a volte sembrano marziani, no. Perché, dunque, gli atleti non vengono allo scoperto?

I motivi possono essere più d’uno, ma il primo è sicuramente quello che anche Mark Stephens riporta, ovvero che molti non si sentono sicuri, hanno paura a farlo perché i loro Paesi condannano l’omosessualità. Lo stesso Stephens suggeriva: «Gli atleti LGBT provenienti dagli 84 Paesi con legislazioni atleti gay dichiarati matthew mitchamche criminalizzano l’orientamento sessuale dovrebbero chiedere asilo politico al Regno Unito al loro arrivo ai Giochi in luglio».
Un secondo motivo, magari all’apparenza meno grave, è la concezione che la gente comune ha dell’omosessualità. In particolare per quella maschile, che è vista come assenza di virilità, di forza.
Senza contare che un’immagine “rovinata” – e ciò vale specialmente per gli sportivi stranieri che da questo dipendono – non è più vendibile e gli sponsor scappano. Com’è successo al tuffatore australiano Matthew Mitcham.

Tuttavia, guardando al passato, dobbiamo essere fiduciosi per il futuro: rispetto ad Atene 2004 e Pechino 2008, quand’erano soltanto una decina, gli atleti gay dichiarati sono raddoppiati e molti passi avanti sono stati compiuti da tanti Paesi, per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali.
Non ci resta che aspettare Rio de Janeiro 2016 e sperare si continui per questa strada, confidando che prima o poi, così com’è successo per i neri, essere un atleta gay non farà più notizia.



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