QUEEN – guida intergalattica per aspiranti fan #3

SHEER HEART ATTACK, 1974

 

sheer heart attack queenUscito lo stesso anno di QUEEN II, quest’album non era originariamente previsto. I Queen, infatti, erano in tournée negli Stati Uniti, come spalla dei Mott The Hoople, quando Brian scoprì di avere l’epatite. Dopo solo un mese, il tour era saltato: e ora, come li passiamo questi mesi di blocco forzato? Ma scrivendo, chiaramente. Così, prima della fine dell’anno tornarono in studio e ne uscì SHEER HEART ATTACK.

L’album si sviluppa tra alti e bassi, tra presente e futuro, tra glam e, pensate un po’, trash metal (Stone Cold Crazy).
Ci sono quindi brani come Killer Queen che restano sulla linea dei due album precedenti – peraltro, questo è uno dei rari casi in cui Freddie ha dato un’interpretazione di ciò che ha scritto: «Cercavo di spiegare che anche fra i ceti più elevati ci sono delle puttane.»
Ma ci sono anche brani più innovativi, come Now I’m Here, che vede il primo importante uso del delay per la voce, che sarà poi abbondantemente sfruttato in The Prophet’s Song dell’anno seguente.

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Brighton Rock, la canzone che apre l’album, vede Freddie interpretare due persone, Jimmy e Jenny, due giovani amanti che si incontrano a Brighton durante le vacanze. Il brano è famoso per il solo di chitarra centrale, riproposto per molti live, anche negli ultimi tour con Paul Rodgers.

La canzone di Roger per quest’album è Tenement Funster che inizia con uno dei versi che preferisco: “My new purple shoes bin amazin’ the people next door”. Poesia pura. Il brano finisce, come abbiamo già visto fare, sull’inizio di Flick Of The Wrist, doppio lato A di Killer Queen, ma molto meno famosa. Pur bellissima, nella sua cattiveria – probabilmente fu ispirata dal manager Norman Sheffield, che nell’album del 1975 se ne sentirà dire anche di peggio. Niente di più distante da Lily Of The Valley brano seguente, che vede prevalere la voce e il pianoforte di Freddie. Su un testo che sembra uscito dai primi due album, con Nettuno, il serpente del Nilo e il re di Rhye… ma “le guerre non cesseranno mai, c’è tempo per la pace? The lily of the valley doesn’t know”.

Molti anni dopo, precisamente nel 2009, i Dream Theater inseriranno un medley di queste tre canzoni nella special edition del loro album Black Clouds & Silver Linings. A voi decidere quale sia la versione migliore.

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Quest’album segna, inoltre, il debutto – sottotono, diciamolo pure – di John Deacon alla composizione: la sua Misfire non è proprio niente di esaltante. E Brian, evidentemente per non farlo sentire solo, si ripete come cantante in una, alquanto noiosa, She Makes Me (Stormtrooper in Stilettoes). Due ciofeche, ma sono pur sempre esseri umani: qualche errore possiamo concederglielo. Anche perché con la grande invenzione dei compact disc, è arrivato il tastino “next”, molto utile in questi casi.

Il chitarrista, però, recupera con Dear Friends, una ballata che sembra una dolce ninnananna, in cui suona il pianoforte. E nella divertente Bring Back That Leroy Brown di Mercury suona l’ukulele.

Per quanto riguarda i due brani che si intitolano In The Lap Of The Gods, c’è da dire che, in realtà, non hanno molto in comune, oltre al titolo. La prima è un preludio a Bohemian Rhapsody (la voce iniziale è di Roger, se vi venisse il dubbio), anche se non ci si spiega perché abbiano deciso di rovinarla aggiungendo l’effetto voce di un cattivo uscito da un B movie. L’altra, invece, è un assaggio dei grandi inni con ritornelli da esibizione di massa che diverranno un marchio DOP dei Queen.

 

Parentesi sul video di Killer Queen, per la sezione “cose che un fan dovrebbe sapere, ma anche no”.

  1. Se siete dei buoni osservatori, avrete visto che persiste lo smalto nero sulle unghie di Freddie e quello bianco su quelle di Brian, tradizione glam ereditata dal secondo album (vi ricordate? White e Black side).
  2. Sulla batteria di Roger, sui piatti e anche sulle pelli, si nota del nastro adesivo nero. Se ve lo state chiedendo, no, non c’era niente di rotto. Non erano così poveri! Quello è solo il metodo meno costoso per stoppare – almeno in parte – le vibrazioni, cioè per avere suoni più secchi, senza riverberi fastidiosi.
  3. Si può notare anche la negazione totale per il playback. Non ne azzeccano una! Col proseguire degli anni, la band migliorerà nei video, ma il rifiuto per il playback resterà imperituro. Molto famosa, ad esempio, l’apparizione dei Queen a Sanremo dell’84 in cui Freddie cantò – anche per protesta (e a ragione: non esiste esibizione peggiore di quella!) – gran parte del testo col microfono distante anni luce dalla bocca.
  4. Infine, si vede benissimo, durante l’assolo di Red Special, una delle particolarità di Brian May: ha sempre utilizzato una monetina (dicono da sei pence, se vi interessa), al posto del plettro.
  5. Non solo in questo video, ma ovunque compaia Freddie, c’è l’asta del microfono a metà. Perché? Oltre al marketing, cioè che quell’asta l’ha reso riconoscibile e unico, c’è la storia. In uno dei primi live del gruppo, al frontman si ruppe l’asta del microfono, ma siccome lo show deve continuare fece finta di nulla e, da allora, è marketing.



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