Un altro motivo per indignarsi

attentato di brindisiNon sono una madre e non sono certamente un padre, non so cosa si prova a perdere un figlio o una figlia, ma so cosa vuol dire perdere un’amica di 16 anni. E perciò mi indigno per quanto pubblicato ieri mattina dai quotidiani online (ad esempio, il Corriere) riguardo l’evento drammatico di Brindisi e per quanto mandato in onda in serata da La7.
Mi chiedo se i giornalisti non si vergognino nemmeno un po’ di andare a curiosare nel profilo di una ragazza di 16 anni morta appena poche ore prima.
Questa ragazza non era Amy Winehouse, non era Michael Jackson, non era un personaggio pubblico, eppure le si vanno a rubare foto e dettagli scontati, tanto per riempire una pagina di parole che non servono a niente, a nessuno. Anzi, chi l’ha amata, i suoi genitori, i suoi amici, chi le stava intorno quotidianamente riceverà solo maggior dolore da questa intrusione. Perché solo le parole di conforto tra i familiari, solo le parole coraggiose dette fra amici possono essere in qualche modo d’aiuto, il resto è rumore che disturba i ricordi veri.
Per non parlare, poi, dei dettagli maniacali e scabrosi di cui si sono riempiti negli ultimi tempi giornali e telegiornali. Ma davvero non è più possibile un giornalismo meno voyeuristico e meno dedito alla svendita di se stesso? Esiste ancora un giornalismo rispettoso delle vittime e di chi rimane?
Se esiste, io l’ho perso di vista.
Forse il problema è mio e io sono troppo all’antica. Però il mio istinto, molto alla Foucault, è di mettermi nei panni dei più piccoli, di quelli senza voce, né potere. Nei panni delle vittime e di chi è rimasto.



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