Sonetàula di Giuseppe Fiori

Conosce «unicamente le pecore e i temporali» il giovane protagonista del romanzo di Giuseppe Fiori (giornalista, saggista e politico di rilievo nazionale), ambientato in un paesino fittizio dell’entroterra sardo, tra il 1937 e il 1950.

Pubblicato in origine dall’editore Canesi (1962) e riproposto da Einaudi (2000) in una versione ridotta di centocinquanta pagine, racconta la storia di Zuanne Malune, detto Sonetàula (suono di tavola) «perché ogni colpo dato a lui […] faceva rumore di legna, come ad essere dentro una bara», servo pastore «cresciuto figlio di bosco e pecora, nei lunghi silenzi del Monte Entu».

Strappato all’affetto del padre, costretto al confino per un omicidio non commesso, Sonetàula cresce sotto la guida del nonno Cicerone e dell’amico Giobatta. Riesce ad avere un gregge tutto suo e attraversa indenne i mutamenti del tempo e della società: dalla siccità alla seconda guerra mondiale (che nel frattempo il padre era stato costretto a combattere, trovando la morte). Ma è il furto di una pecora a segnare in maniera drastica e definitiva il corso della sua esistenza.

Reagisce attraverso la vendetta, come impongono gli antichi dettami di un codice non scritto, sgarrettando venti bestie e dandosi alla latitanza una volta denunciato. Si unisce ad un gruppo di banditi e si ritrova, suo malgrado, coinvolto in una spirale di violenza dalla quale non riesce a venir fuori. Il suo nome viene oramai associato ai crimini più disparati: dall’omicidio al sequestro, passando per furti ed estorsioni. E quando gli si presenta l’occasione del riscatto e la possibilità di rifarsi una vita “in continente”, lontano dai monti e i pascoli come per un attimo aveva sognato da bambino, al rifiuto della donna amata di seguirlo, non gli resta che abbandonarsi con rassegnazione al suo destino.

È una storia avvincente, dal ritmo serrato, quella narrata da Fiori attraverso una prosa asciutta e una scorrevolezza garantita da un linguaggio diretto, tipico dello stile giornalistico, fatto di pochi aggettivi e metafore efficaci. Un affascinante romanzo di formazione che si inserisce a pieno titolo nel filone neorealistico italiano e non disdegna l’uso di dialettismi. È una Sardegna aspra e ostile quella che Fiori racconta, perennemente in bilico tra il conservatorismo rappresentato da una realtà agropastorale, fedele alle proprie leggi (che trascendono le norme dello Stato stesso) e il desiderio di progresso che gradualmente si fa strada e prende forma: dalla luce elettrica agli elicotteri antimalaria. Uno scenario perfettamente dipinto e cucito addosso al protagonista dello stesso romanzo, simbolo di questa rivoluzione interiore degli uomini e della terra in cui vivono; perché in fondo «ha puzza di corno bruciato, il povero, e chi non lotta mai riuscirà a togliersela, questa puzza».



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